Adattamento e mitigazione. Nell’ambito delle discussioni in merito alla sostenibilità climatica, uno dei punti centrali è la destinazione delle risorse (limitate) a un provvedimento o all’altro; questo senza considerare il bilanciamento con la crescita economica o con la destinazione di fondi per le eventuali emergenze. Non è detto, però, che per adattarsi e mitigare servano grandi investimenti o opere particolarmente impattanti a livello urbano e sociale. Basterebbe muoversi nell’arco di 15 minuti, per esempio; muoversi insieme e lentamente, più fluidi; o farlo in maniera consapevole, partecipando attivamente alla mobilità della propria comunità.

Più di uno spunto di riflessione, in questi termini, arriva dall’appena conclusa  Padova Climate Action Week: la prima manifestazione italiana – promossa dalla società di consulenza Aequilibria – a prendere ispirazione dalla London Climate Action Week, promossa per la prima volta nel 2019. In questi nove giorni la città veneta ha ospitato eventi suddivisi nei temi di ‘città e adattamento’, ‘energia e decarbonizzazione dell’industria’, ‘mobilità sostenibile e trasporti’, ‘ruolo della società civile’, in un’iniziativa collettiva mossa dal basso che ha permesso di mettere in mostra i gesti piccoli e concreti di chi concretamente sta facendo qualcosa contro la crisi climatica.

Tra i più di sessanta eventi della Climate Action Week, lunedì 13 aprile si è tenuto, alla Casa della Rampa, Padova in movimento: nuove idee per una mobilità più sostenibile. La presentazione ha visto la compartecipazione dell’organizzazione di ricerca applicata sulla digitalizzazione e la sostenibilità Fraunhofer Italia, insieme a Legambiente, all’università di Padova e alle istituzioni pubbliche della città. La visione che ne è scaturita, dopo due ore e trenta di incontro, è la possibilità di poter cambiare le cose, attraverso i giusti mezzi e le pratiche corrette.

Prima di tutto l’analisi, ovvero la comprensione dello stato attuale della mobilità urbana per individuare i punti cruciali su cui intervenire, senza dilapidare risorse pubbliche e abbassando il livello di stress percepito nel traffico (LTS), spesso derivato dalla concomitanza tra lo spazio disponibile (poco) e l’elevata concentrazione di automobili. In linea teorica, la massa automobilistica si riduce con nuove infrastrutture, o incrementando il trasporto pubblico e i piccoli mezzi privati, come le biciclette. Ma come si può far coesistere questo abbassamento e la sicurezza di ciclisti (e pedoni)? Quali sono i punti nevralgici su cui agire? Raccogliendo dati, mappando la mobilità urbana e individuando i luoghi in cui è necessario un intervento.

Leonardo Venturoso, data scientist per Fraunhofer Italia, ha portato alla conoscenza dei presenti del LTS Bike plan a supporto della rete ciclabile: una raccolta – tramite upload da parte degli stessi utenti – e analisi di open data attraverso la piattaforma OpenStreetMap. Alla mappa viene applicata la chiave di lettura data dal Level Traffic Stress, ‘dettata’ digitalmente dagli utenti nell’indicare i collegamenti ciclabili cittadini. Così facendo, l’area urbana si colora di zone facilmente fruibili e altre meno bike-friendly, così da circoscrivere quelle zone più bisognose di un intervento pubblico.

Oltre all’analisi, serve poi l’intervento del privato nella produzione e smaltimento, soprattutto, del mezzo di locomozione. Nell’ambito della sostenibilità, a farla da padrone negli ultimi anni è stata la bicicletta elettrica, passate dall’11% al 20% delle vendite totale nel quinquennio 2019-2024. La e-bike sembra un’ottima soluzione per muoversi velocemente e agilmente in città (13-17g di emissioni di CO2 eq/km, contro i 203 dell’automobile), decongestionando le strade; impone però una riflessione ambientale sul recupero e la gestione delle materie prime che consentono loro di muoversi.

A tal proposito, la dott.ssa Annachiara Ceraso (Fraunhofer) ha esposto come si possa sostenere lo stoccaggio dell’energia elettrica nelle batterie, le quali impattano per il 40% delle emissioni in fase di produzione di una bici elettrica, grazie all’estrazione urbana delle critical raw material, ovvero di metalli come cobalto, manganese, nichel e, appunto, litio. L’estrazione urbana permette il recupero fino al 90% della massa della batteria, riportandola a un suo nuovo utilizzo, riducendo i rifiuti in discarica e abbassando l’estrazione in miniera dei materiali. Un grande esempio di economia circolare a favore della sostenibilità economica, sociale e ambientale.

Tocca infine alla cittadinanza rivedere le proprie abitudini, in concerto con l’amministrazione pubblica, per migliorare il movimento urbano e la propria vita negli spostamenti da un luogo all’altro. A fare da ‘capofila’, in questo ambito, è Legambiente, nelle esperienze e negli esempi riportati dal suo rappresentante padovano, Francesco Tosato. Il problema ‘urbano’ sul fronte degli incidenti è tra i più sensibili, se non il maggiore: il 73% degli incidenti sono in città, con il 44% di vittime. Il 55% delle cause è data da distrazioni, mancato rispetto delle precedenze e velocità. Il 94% degli incidenti è imputabile a veicoli a motore, mentre l’80% delle vittime è dato da utenti vulnerabili come pedoni, ciclisti e motociclisti (dati Istat-Aci 2024).

Ai dati rispondono due modelli di ripensare la mobilità cittadina: il primo è la Città 30, di cui Bologna si è già fatta esempio. Città 30 indica il limite km/h da rispettare come ‘dispositivo di sicurezza’, che riduce almeno del 40% la mortalità nelle strade (confrontato con una velocità di 50 km/h). La Città 30 non aumenta il traffico, anzi: lo fluidifica, eliminando l’effetto ‘stop&go’ e riducendo l’impatto acustico fino al 50%. Un’altra best practice è invece la ‘città dei 15 minuti’. Il modello, teorizzato da Carlos Moreno, vorrebbe i servizi essenziali di una persona entro i 15 minuti di distanza (a piedi o in bici) rispetto alla propria casa; Questo per incentivare il senso di comunità e la riduzione dell’impatto sull’ambiente.

Alle tre esposizioni degli speaker sopracitati, è seguita una tavola rotonda in cui sono intervenute le istituzioni pubbliche e la professoressa di psicologia Marta Ghisi, la quale ha insistito sulla percezione della fatica e dell’utilizzo delle biciclette in ambito urbano, dettato perlopiù dall’abitudine e dalla facilità di fruizione. Una facilità che si ottiene nell’insieme degli interventi, che riescono a organizzare e a preservare la sicurezza di ognuno, senza sacrificarne il tempo e lo spazio.

Quando si parla di ‘sostenibilità’ si impone, implicitamente, un problema legato alla fattibilità nell’essere sostenibili. Come reggere un minor impatto climatico, e al tempo stesso l’economia e le abitudini raggiunte dall’occidente, all’alba del terzo millennio? Come si distribuiscono le risorse, in base agli obiettivi che si vogliono raggiungere? E soprattutto, quali obiettivi: crescita economica o sostenibilità ambientale e sociale? Il problema è complesso, nei termini di equilibrio e di giustizia. Una complessità che si può però affrontare in piccole, semplici, parti: un pezzetto alla volta, con una buona gestione ciclabile, riciclando le materie prime essenziali e rallentando il proprio ritmo: la vita in 15 minuti alla volta.

 

di Damiano Martin