C’è un filo conduttore invisibile che lega l’officina sotto casa dove, nel 1947, Antonio Alban forgiava a mano le prime cerniere in ferro a marchio AGB, e i tetti ipertecnologici degli stabilimenti di Pove del Grappa, oggi coperti da distese di pannelli in silicio. Quel filo si chiama investire sul futuro, non delocalizzare e anticipare i tempi.
Oggi la Alban Giacomo S.p.A., colosso della ferramenta tecnica per porte e finestre che negli anni novanta osò sfidare i giganti austro-tedeschi nel mercato dell’anta ribalta, si trova nel pieno di una nuova rivoluzione. Non più solo meccanica ed elettronica di precisione, ma transizione ecologica ed efficientamento energetico. La conferma definitiva di questo cambio di passo è istituzionale: l’azienda di Romano d’Ezzelino sta redigendo il suo primo Bilancio di Sostenibilità, lo strumento cardine per rendicontare e misurare le performance ESG (Environmental, Social, Governance).
A guidare questa delicata fase strategica c’è Marco Zen, da pochi mesi alla guida della funzione Sostenibilità dopo una solida carriera spesa all’interno della stessa azienda nella comunicazione nell’export. Una scelta che dimostra come per il gruppo vicentino la sostenibilità non sia un mero adempimento burocratico, ma un linguaggio da declinare nei processi industriali e commerciali.
«La sostenibilità oggi non è più un’isola a sé stante o una spesa di facciata; è la spina dorsale della competitività aziendale», dice Zen. «Aver lavorato nella comunicazione e sul campo con la rete commerciale mi permette di comprendere a fondo le esigenze dei nostri clienti, che chiedono filiere trasparenti e prodotti a basso impatto. Il Bilancio di Sostenibilità a cui stiamo lavorando è la prima tappa di un percorso di continuo miglioramento: serve a mappare chi siamo e dove vogliamo arrivare, traducendo i dati tecnici in valore percepito e reale per il mercato e per la comunità.»
L’impegno di AGB non si limita alla produzione di energia pulita, ma tocca il cuore dei sistemi di riscaldamento eraffrescamento degli impianti. La parola d’ordine è elettrificazione, per azzerare l’utilizzo di gasolio, metano e gpl.
«La nostra strategia prevede l’eliminazione progressiva delle caldaie fossili a favore di pompe di calore ad

altaefficienza», spiega Zen. «I nuovi siti nascono già totalmente elettrificati. Negli stabilimenti storici stiamo intervenendo radicalmente: nel 2025 abbiamo rimosso la vecchia caldaia a gasolio nel reparto “Presse” di Romano d’Ezzelino, sostituendola con una pompa di calore, andando ad incidere positivamente sulla riduzione delle emissioni climalteranti e sul benessere del personale che gode di un ambiente climatizzato in tutte le stagioni. Entro il 2027 tutta la sede centrale di Romano dovrebbe essere interamente convertita».
Un caso virtuoso è rappresentato da Pove 2, dove le tecnologie di pressofusione della zama – fortemente calde ed energivore – sono supportate da un’Unità di Trattamento Aria (UTA) che recupera il calore residuo dei macchinari per riscaldare gli ambienti d’inverno, azzerando quasi del tutto l’uso del riscaldamento tradizionale a GPL.
«I numeri parlano chiaro», dice ancora Zen. «Nel corso dell’ultimo anno abbiamo impresso un’accelerazione straordinaria installando ben 1.100 kWp di nuovo fotovoltaico, che si vanno ad aggiungere ai 70 kWp storici. In totale gestiamo circa 1,2 megawatt di potenza sui tetti di Pove 1, Pove 2 e della nuova sede Pove 4. Questi impianti sono entrati pienamente in funzione all’inizio del 2026 e stimiamo che produrranno oltre 1,4 milioni di kWh di energia rinnovabile all’anno. Significa coprire, da soli, circa il 10% dell’intero fabbisogno annuale di un gruppo industriale complesso come il nostro.»
L’innovazione viaggia sui binari del Piano Transizione 5.0. Nel corso del 2025 e nei primi mesi del 2026, l’azienda ha rinnovato i macchinari nei reparti chiave, sostituendo ad esempio quattro presse idrauliche per lo stampaggio della plastica a Cismon con modelli elettrici di ultima generazione, ottenendo risparmi energetici certificati compresi tra il 25% e il 48%. A Pove 4, un unico macchinario combinato per lo stampaggio a freddo ha sostituito due vecchi impianti, riducendo i consumi del 46% (i risparmi energetici sono stati calcolati su specifici cicli produttivi, ndr).
Parallelamente, la rivoluzione ecologica passa dalla dematerializzazione. Il progetto TQM (Total Quality Management) mira all’eliminazione totale della carta nei processi produttivi grazie all’interconnessione IoT

dei macchinari.
«Digitalizzando la gestione dei 61.308 ordini di produzione annuali (composti ognuno da un plico di 6 fogli A4), risparmieremo circa 367.848 fogli all’anno», incalza Zen. «Questo significa evitare il consumo di oltre 2.600 kg di legno vergine, risparmiare 136.000 litri d’acqua ed evitare l’emissione di 2,2 tonnellate di anidride carbonica equivalente. Il piano prevede l’estensione totale all’intera produzione entro il 2028. A questo si sommano interventi diffusi di relamping a LED controllati via cloud, sensori di presenza per l’illuminazione smart e l’eliminazione delle bottiglie di plastica monouso grazie a 14 distributori d’acqua allacciati alla rete idrica e alla consegna di borracce in acciaio inox a tutti i dipendenti, evitando la produzione di 20.000 bottigliette di plastica all’anno».
La “S” dell’acronimo ESG trova concretezza nelle radici che l’azienda non ha mai voluto recidere. Nel solo 2025, la Alban Giacomo S.p.A. ha distribuito sul territorio veneto 243.092,87 euro sotto forma di sponsorizzazioni ed erogazioni liberali. Un welfare di comunità che spazia dalla sanità alla cultura.
Sul fronte della salute, spicca il supporto a Elios ETS (di cui Alessandra Alban è Presidente), associazione che ha permesso nel 2025 la donazione di una sala operatoria multimediale alle strutture sanitarie locali, oltre ai progetti di screening gratuito per il tumore al seno con cliniche mobili in collaborazione con Welfare Care. La cultura vede l’azienda come partner storico di Opera Estate Festival e della rassegna letteraria Resistere, fino al mecenatismo per la mostra di Giovanni Segantini a Bassano.
«I fondatori Antonio e Giorgio Alban ci hanno insegnato che l’azienda è un bene sociale», conclude Marco Zen. «Ogni lira guadagnata veniva reinvestita in macchinari, qualità e automazione sul posto, rifiutando le sirene della delocalizzazione. Oggi, con il passaggio generazionale saldamente nelle mani di Alessandra e Giacomo Alban, continuiamo a investire sul territorio. Perché la vera sostenibilità non è solo consumare meno energia, ma far crescere l’intera comunità in cui operiamo».