L’iperimpero era una profezia. Ora è cronaca.
Ha ancora senso lavorare sull’attratività di un territorio?

Ci sono libri che non invecchiano: invecchia il mondo attorno a loro fino a somigliargli. Quando Jacques Attali pubblicò Breve storia del futuro nel 2006, sembrò a molti l’ennesimo esercizio di futurologia europea: elegante, colto, persino un po’presuntuoso. Oggi, vent’anni dopo, la sensazione è diversa — e più inquietante. Non perché avesse ragione in tutto, ma perché aveva individuato la direzione del vento prima che il vento diventasse tempesta.

La sua intuizione non era semplicemente economica. Era antropologica. Attali non sosteneva che gli Stato sarebbero sparito. Non immaginava la dissoluzione improvvisa delle bandiere. Sosteneva qualcosa di più sottile, e per questo più radicale: la progressiva perdita di centralità dello Stato rispetto ai grandi sistemi economici, tecnologici e infrastrutturali globali. Lo chiamò iperimpero. Non un impero costruito attraverso la conquista militare, ma un ordine planetario in cui il mercato, le reti tecnologiche e le grandi infrastrutture private assumono funzioni un tempo appartenute alla sovranità politica: sanità, sicurezza, educazione, informazione, mobilità, identità sociale.

Molti lessero questa previsione come fantascienza. Forse perché continuavamo a vivere nel Novecento senza accorgercene. Oggi basta guardare. Chi custodisce i dati sanitari del pianeta? Chi organizza il lavoro di milioni di persone? Chi governa la logistica del cibo, il cloud in cui vivono governi e imprese, i sistemi di pagamento, l’informazione, l’intelligenza artificiale, perfino l’attenzione delle nostre menti? La risposta è raramente uno Stato. Più spesso è una rete. Una filiera. Una piattaforma.

Un’infrastruttura.

È qui che Attali introduce una tassonomia quasi clinica — e proprio per questo potentissima — dell’umanità futura. In cima stanno gli ipernomadi: élite globali capaci di vivere e lavorare ovunque, trasferire capitale, conoscenza e influenza senzaun reale radicamento territoriale. La loro cittadinanza è la competenza; il passaportoè il network. Sotto di loro si muovono i nomadi virtuali: medici, ingegneri, ricercatori,manager, consulenti, professionisti altamente qualificati che possono abitare a Roma lavorando per Singapore, vivere a Lisbona per un’impresa americana, spostarsi lungo traiettorie disegnate più dalle opportunità che dalla geografia. Infine gli infranomadi: esclusi dalla mobilità, dalla formazione, dal capitale cognitivo, destinati a vivere il costo sociale di un sistema che accelera senza aspettare tutti. La lucidità di Attali sta nell’aver compreso che il futuro non sarebbe stato definito soltanto dalla ricchezza. Sarebbe stato definito dalla mobilità funzionale. Chi può muoversi prospera. Chi resta fermo teme. Chi viene escluso esplode.

Ed ecco il primo equivoco interpretativo. Molti leggono Attali come il teorico di una trionfante utopia neoliberale. Non è così. Attali non celebra. Descrive una tensione.

Perché l’iperimpero genera inevitabilmente il suo contrario: l’iperconflitto. Guerre per risorse, energia, acqua, dati, terre rare, identità culturali. Nazionalismi di ritorno, religioni che riemergono, micro-potenze armate, sicurezza privatezzata,frammentazione geopolitica. Basta osservare il mondo per riconoscerne i segni: la rivalità tecnologica tra Stati Uniti e Cina, la geopolitica dei semiconduttori, la guerra energetica, le supply chain strategiche, il conflitto in Ucraina, il ritorno della paura identitaria in Europa.

Il futuro che Attali immaginava non è davanti a noi. È già qui. Perché questa visione accelera proprio ora? Per tre ragioni strutturali. La prima è tecnologica. Internet, cloud, piattaforme digitali e intelligenza artificiale hanno spezzato il rapporto tradizionale tra lavoro e territorio. Attali parlava già di “nomadizzazione” prodotta dalla tecnologia: oggi un consulente lavora da Roma per Singapore, un radiologo referta esami a distanza, un programmatore vive a Lisbona lavorando per Seattle, un ricercatore costruisce la propria vita seguendo gant internazionali. La professione sostituisce lentamente la geografia. L’indirizzo di residenza conta meno dell’indirizzo IP.

La seconda ragione è demografica. L’invecchiamento europeo, la scarsità di competenze e la competizione globale per i talenti stanno trasformando il capitale umano qualificato in una risorsa mobile e contesa. Attali lo aveva intuito: le società anziane avrebbero richiesto flussi continui di persone, conoscenze e lavoro, rendendo progressivamente più importante la cittadinanza economica rispetto a quella anagrafica. Non apparttieni più dove sei nato. Apparttieni dove sei utile.

La terza ragione è psicologica. Ed è qui che entra Michel Houellebecq. Perché, forse, la formula più precisa è questa: Attali è la geopolitica del futuro di Houellebecq.

Houellebecq è la psicologia del mondo di Attali. Attali costruisce l’architettura. Houellebecq ci porta dentro le stanze. Nei suoi romanzi vive già il cittadinod el l ’ iperimpero : colto, iperconnesso, professionalmente integrato, sentimentalmente impoverito. Uomini che attraversano aeroporti, lavorano bene, consumano molto, ma sembrano avere smarrito il lessico dell’appartenenza.

Professionisti globali che possono comprare quasi tutto, tranne una comunità. La sua intuizione — letteraria, ma profondamente sociologica — è spietata: la solitudinenon è un incidente della modernità. È un sottoprodotto strutturale dell’individualismo mercantile. Se Attali osserva il mercato che ingloba le istituzioni, Houellebecq osserva il mercato che ingloba l’anima. Persino il desiderio. Persino l’amore. Persino il bisogno di essere necessari a qualcuno. L’uomo di Houellebecq è il nomade di Attali quando rientra in albergo la sera.

Ed è qui che la questione smette di essere soltanto geopolitica. Diventa ontologica. Che cosa tiene insieme una società quando il lavoro è globale, la residenza temporanea, la comunità digitale e l’identità professionale? Chi protegge quando il welfare arretra? Chi consola quando la famiglia si assottiglia? Chi rappresenta quando il potere reale abita infrastrutture che nessuno elegge? Per secoli abbiamo pensato che la patria fosse un territorio. Forse la domanda del nostro tempo è un’altra: la patria può sopravvivere quando il potere non ha più geografia?

E se le guerre che osserviamo fossero qualcosa di più di semplici guerre? E se fossero gli ultimi spasmi di un ordine politico che avverte di stare perdendo il monopolio della storia? La domanda può sembrare eccessiva. Ma vale la pena formularla. Attali scriveva che l’iperimpero non nasce dalla conquista militare, ma dall’erosione silenziosa della sovranità statuale. Non sono più le frontiere il centro del potere.

Sono le infrastrutture invisibili. Le reti. Le filiere. I dati. La capacità di organizzare la dipendenza altrui.

Per secoli gli Stati hanno controllato il territorio. Oggi il potere tende a controllare le condizioni della vita. Non conta soltanto chi possiede i confini. Conta chi possiede i chip. Chi controlla il cloud. Chi governa la logistica del cibo. Chi produce farmaci. Chi possiede satelliti, dati sanitari, capacità computazionale, piattaforme cognitive. È il passaggio dal dominio territoriale al dominio infrastrutturale.

La guerra in Ucraina è ancora una guerra di territorio, sicurezza e identità. Ma è anche una guerra di energia, cybersicurezza, semiconduttori, satelliti privati, droni guidati da software, intelligence algoritmica. Un tempo combattevano gli eserciti.

Oggi combttono anche le piattaforme. La Cina resta uno Stato-civiltà millenario, ma combatte già una guerra per batterie, terre rare, intelligenza artificiale, biotecnologie e manifattura avanzata. Gli Stati Uniti sembrano l’ultima superpotenza classica e tuttavia il loro potere vive ormai in una simbiosi inquietante tra Stato e infrastrutture tecnologiche. Dove risiede davvero la loro forza? Nel Pentagono? O negli ecosistemi che orbitano attorno a Silicon Valley, Nvidia, Microsoa, Amazon, OpenAI, SpaceX?

Non è più una dicotomia. È una fusione. Lo Stato protegge. L’iperstruttura orienta. E non sempre è chiaro chi guidi chi. Viene allora il sospetto che molte guerre contemporanee siano guerre di transizione: tentativi — disperati o inevitabili — di Stati giganteschi che cercano di preservare centralità mentre il baricentro del potere migra altrove. Attali lo chiamerebbe iperimpero. Houellebecq probabilmente sospirerebbe. Perché se Attali descrive la geopolitica della trasformazione, Houellebecq racconta ciò che prova l’uomo che la attraversa. L’uomo che non ha più patria ma badge aziendale. Che cambia continente ma non appartiene a nulla. Che possiede un curriculum globale ma non un luogo dell’anima. L’uomo di Houellebecq è il cittadino emotivo dell’iperimpero di Attali.

E noi? Noi italiani? Qui il discorso si fa doloroso. Mentre il mondo ridefinisce il significato stesso di sovranità — dati, AI, energia, cybersicurezza, demografia, piattaforme cognitive — il nostro dibatito pubblico sembra troppo spesso ridotto a una tragicommedia condominiale. Una politica che litiga sul centimetro mentre si sposta il continente. Una classe dirigente ossessionata dal consenso della settmana, incapace di interrogarsi sulla domanda vera: che cosa resterà dell’Italia quando il lavoro sarà deterritorializzato, il talento globale, la fiscalità mobile e le piattaforme diventeranno infrastrutture di cittadinanza?

La questione non è destra o sinistra. È profondità dello sguardo. Perché il rischio più grande non è essere sconfitti. È diventare irrilevante senza nemmeno accorgersene. Come i nobili dell’Ancien Régime intenti a discutere il galateo mentre fuori cresceva il rumore della rivoluzione. La tragedia della nostra epoca, forse, è questa: stiamo discutendo del pollaio mentre cambia il clima del pianeta politico. E il clima, si sa, non aspetta che si finisca di litigare.

Eppure, proprio qui, nel punto più inquietante dell’analisi, si apre anche una possibilità. Perché se il potere si smaterializza, se gli Stati arretrano, se le piattaforme diventano infrastrutture di cittadinanza e gli uomini rischiano di trasformarsi in funzioni mobili dentro sistemi globali, allora una domanda si impone con forza nuova: lavorare sullattratività di un territorio ha ancora senso?

Sì. Ma solo se comprendiamo che il gioco è cambiato. Nel vecchio paradigma, attrarre significava offrire vantaggi logistici: posizione geografica, infrastrutture fisiche, costo del lavoro, incentivi fiscali, aree produttive. I territori competevano per fabbriche e capitali. Nel paradigma dell’iperimpero, quella leva non basta più. Il capitale è mobile per definizione. Le filiere seguono semiconduttori, energia, sicurezza, convenienza. Il lavoro qualificato sceglie dove vivere non solo in base al reddito, ma in base a qualcosa di più sottile: qualità della vita, fiducia, sicurezza, bellezza, relazioni, tempo umano.

Il terreno dell’attratività si sposta allora più in profondità. Non si attraggono persone soltanto con sgravi fiscali, coworking o campagne promozionali. Si attraggono costruendo un’esperienza di vita. Una comunità che funziona. Un luogo desiderabile.
Un territorio capace di dire a chi arriva: qui non sei soltanto produttvo. Qui sei necessario.È questo il paradosso del nostro tempo. Nell’epoca del nomadismo funzionale, ciò che diventa raro — e dunque prezioso — è esattamente l’opposto del nomadismo: il radicamento. La densità dei legami. La possibilità di appartenere a qualcosa che non sia un contratto, una password, una piattaforma, un badge aziendale.

Ed è qui che l’Italia, se avesse piena coscienza di sé, possiederebbe ancora una carta straordinaria. Non malgrado la propria particolarità locale. Ma grazie ad essa. La bellezza diffusa, la prossimità dei territori, la qualità delle relazioni, la misura umana dei luoghi, quella civiltà quo9diana che nessuna corpora9on può replicare e nessun algoritmo può comprare davvero.

Ma questa carta si consuma se non diventa visione. L’attratività del XXI secolo non si costruisce soltanto con urbanistica, marketing territoriale o fiscalità. Si costruisce rispondendo alle domande che attraversano tutto questo ragionamento: chi ti protegge? Chi ti consola? Chi ti rappresenta? Chi ti fa sentire parte di una storia? Chi ti dà una ragione non solo per arrivare, ma per restare?

Un territorio attrattivo è quello che offre appartenenza, non soltanto servizi. È quello che sa essere comunità in un’epoca in cui la comunità si è liquefatta. È quello che risponde, con visione lunga e fatti concreti, alla solitudine strutturale che Houellebecq racconta e che A5ali, nella sua lingua geopolitica, aveva già previsto.

Chi continuerà a pensare l’attratività come una somma di incentivi, eventi, piste ciclabili e slogan turistici giocherà ancora la partita di ieri. La partita vera è più ambiziosa. E più umana. Perché nell’epoca in cui il potere perde geografia, le bandiere perdono peso e le piattaforme sostuiscono le piazze, la sovranità più importante non sarà soltanto quella degli Stato. Sarà la sovranità dei luoghi capaci di generare senso.

La vera sovranità, domani, sarà appartenere a qualcosa.

E i territori che sapranno offrirla — non come retorica, ma come esperienza vissuta — saranno quelli che il futuro sceglierà. Non perché avranno vinto da soli la guerra dei dati o dei chip. Ma perché, dentro un mondo diventato mobile, veloce e impersonale, avranno saputo rispondere alla domanda più anti ca e più urgente che un essere umano possa ancora rivolgere al futuro:

c’è un posto, qui, per me?

 

di Enrico Del Sole