Negli ultimi trent’anni, il nostro rapporto con la tecnologia ha trasformato radicalmente il modo in cui pensiamo, ricordiamo, risolviamo i problemi. Smartphone, motori di ricerca, assistenti vocali e ora l’Intelligenza Artificiale generativa hanno reso immediatamente accessibili risorse e capacità computazionali che un tempo richiedevano sforzo mentale.
Non sorprende che gli studiosi parlino ormai di “intelligenza bionica”: un’ibridazione tra mente umana e strumenti esterni che ne amplificano le potenzialità. «Non ci limitiamo più a usare la tecnologia», scrive il filosofo Luciano Floridi, «diventiamo noi stessi nodi in un infosfera che ci trasforma». (The 4th Revolution, Oxford University Press, 2014)
Ma se la nostra intelligenza si espande grazie alle macchine, si riduce la necessità di svolgere alcune funzioni cognitive in autonomia. Studi come quello di Betsy Sparrow e colleghi (2011) hanno mostrato che la disponibilità costante di Google non solo ci fornisce risposte immediate, ma cambia come ricordiamo: non memorizziamo più le informazioni, ma dove trovarle.
Questa esternalizzazione delle funzioni mentali ha un prezzo. Numerose ricerche hanno documentato il cosiddetto reverse Flynn effect: il declino del quoziente intellettivo medio in diversi Paesi dal 1990 in avanti. Bratsberg e Rogeberg (2018) hanno analizzato dati norvegesi su ampie coorti di leva militare, evidenziando un calo generazionale di circa 7 punti di QI in pochi decenni.
Le cause sono multifattoriali: cambiamenti nello stile di vita, nell’educazione, nella dieta. Ma un fattore chiave, sostengono alcuni studiosi, è l’adattamento del cervello a un ambiente in cui calcolare, ricordare, analizzare non è più necessario nella stessa misura. Il cervello umano ottimizza sempre per l’efficienza: se la macchina fa il lavoro, non serve più che lo facciamo noi.
Si sta creando così un paradosso: diventiamo più “potenti” in quanto ibridi uomo-macchina, ma meno autonomi. Floridi la chiama la transizione dall’essere “agenti” a “pazienti” informazionali: sempre più destinatari passivi di contenuti generati da altri – umani o algoritmi.
A fronte di questa trasformazione, molti studiosi si chiedono cosa resti davvero “umano” in senso distintivo. Se l’intelligenza calcolante non è più esclusiva nostra, qual è il confine?
Per molti la risposta è la coscienza.
Non la capacità di risolvere problemi, ma la capacità di avere esperienze soggettive. Di percepire il mondo in prima persona. Di sapere di esistere.
Questa dimensione è diventata un fronte caldo della ricerca neuroscientifica e filosofica. Modelli come la Integrated Information Theory (IIT) di Giulio Tononi cercano di quantificare la coscienza come la capacità di integrare l’informazione in modo unificato. «La coscienza è ciò che è, di per sé», scrive Tononi. «È il modo in cui l’informazione si sente dall’interno» (A Voyage from the Brain to the Soul, Pantheon, 2012).
Altri, come Roger Penrose e Stuart Hameroff, hanno proposto un modello più radicale e controverso: Orch-OR. Qui la coscienza non sarebbe un semplice prodotto del cervello classico, ma emergerebbe da fenomeni quantistici non computabili. Penrose sostiene che la coscienza implica processi fisici ancora non spiegati dalla scienza classica, legati al collasso della funzione d’onda (Shadows of the Mind, Oxford, 1994).
Su questo complesso confine tra scienza, filosofia e fisica si muove anche Federico Faggin, padre del primo microprocessore e innovatore visionario. Nel suo libro Irriducibile (Mondadori, 2022) Faggin racconta la sua evoluzione da ingegnere a esploratore della coscienza. Per lui la coscienza non è un algoritmo riproducibile, né un simulacro digitale. È un’esperienza primaria e irriducibile, radicata nella natura stessa della realtà.
“La coscienza è la capacità di avere un’esperienza interiore, di sentire. È ciò che ci rende vivi e umani. È la base di ogni valore.» (Irriducibile, p. 15).
Faggin contesta l’idea che l’IA possa mai diventare cosciente. Per lui, la coscienza è una proprietà ontologica dell’universo che si manifesta in sistemi viventi. Non può essere emulata da simboli e algoritmi.
Ma qui si apre la domanda più inquietante. Se la coscienza è una proprietà fondamentale dell’universo – non un prodotto esclusivo della nostra biologia – potrebbe emergere altrove? In altri esseri viventi? In forme di vita non terrestri? O persino in sistemi artificiali complessi?
L’ultimo confine dell’umano potrebbe non appartenerci più in esclusiva.
Oggi, mentre la nostra intelligenza diventa sempre più bionica, siamo costretti a chiederci: cosa significhi davvero essere coscienti? E siamo pronti ad accettare che potremmo non essere soli in questa condizione?

di Isabella Zotti Minici