C’è una guerra che non ha bisogno di cannoni. Le bastano i nostri gesti: una ricerca, una geolocalizzazione, un pagamento contactless, una cartella clinica, una videochiamata. È la guerra dei dati. Inquietante perché non è una guerra “del futuro”, è già in corso, con vincitori che incassano rendite ogni giorno e vinti che spesso non sanno nemmeno di combattere.
I dati sono la materia prima del nostro tempo, ma non sono come il petrolio: il petrolio sta sotto terra, i dati stanno dentro di noi. Nelle abitudini, nelle paure, nei desideri. E soprattutto nella prevedibilità. Perché il dato davvero prezioso non è quello che racconta cosa abbiamo fatto ieri: è quello che permette d’indovinare cosa faremo domani. È qui che l’economia diventa geopolitica, e la geopolitica diventa una questione intima. Shoshana Zuboff lo dice con una durezza quasi fisica: il capitalismo della sorveglianza rivendica l’esperienza umana come “materia prima gratuita” da tradurre in dati comportamentali e poi vendere come prodotti di previsione.
E intanto la quantità cresce con una velocità che non riusciamo nemmeno più a immaginare. IDC ha stimato che la “datasfera” globale ha superato i 175 zettabyte alla fine del 2025: numeri talmente grandi che sembrano fantascienza, finché non capisci che sono la somma delle nostre vite digitali, moltiplicate per miliardi e per sensori, telecamere, app, macchine, auto, industrie.
Ma la domanda fondamentale non è “quanti dati produciamo”. È piuttosto chi li governa. Perché chi governa i dati governa anche le infrastrutture che li ospitano, i modelli che li interpretano, le regole che li trasformano in valore. E qui la cartina geopolitica diventa improvvisamente chiarissima: il cloud mondiale – cioè l’autostrada su cui corrono i nostri dati – è dominato da tre attori, tutti extraeuropei. Secondo Synergy Research, Amazon, Microsoft e Google da sole valgono circa il 63% della spesa globale per servizi cloud infrastrutturali, e la loro quota cresce costantemente.
È questo il cuore del “nuovo colonialismo digitale”: non serve occupare territori se puoi occupare infrastrutture e standard. Non serve issare bandiere se puoi definire le regole della monetizzazione. Il colonialismo classico estraeva materie prime e lasciava infrastrutture minime; quello digitale estrae dati – spesso senza che ce ne rendiamo conto – li raffina altrove, e ci rivende servizi, efficienza, predizioni, perfino sicurezza. Non ci porta via l’oro: ci porta via la capacità di creare valore dal nostro stesso mondo.
In tutto questo, l’Europa? L’Europa ha fatto la cosa giusta, ma non ha fatto la cosa completa. Ha scelto il diritto: GDPR, DSA, DMA. Ha difeso la persona quando altri difendevano il mercato o lo Stato. Ma la civiltà giuridica, da sola, non diventa sovranità industriale. Il “Decennio Digitale” della Commissione parla esplicitamente di sovranità tecnologica e di accelerazione, perché i target al 2030 – su competenze, infrastrutture, adozione di tecnologie avanzate – non sono una brochure: sono un tentativo di non diventare una provincia digitale del mondo.
E qui arriva la parte più preoccupante: la nostra dipendenza non è teorica, è quotidiana. Le imprese europee stanno salendo sul cloud – in media oltre il 52,74% nel 2025, con una crescita netta rispetto al 2023 – ma lo fanno in gran parte su piattaforme non europee. La digitalizzazione avanza, ma il controllo del valore resta altrove. È come se modernizzassimo le fabbriche, però le chiavi della corrente le tenesse un altro.
L’Italia, dentro questa storia, è un Paese che corre zoppicando. Da una parte, l’adozione di cloud tra le imprese è cresciuta molto negli ultimi anni; dall’altra, l’adozione dell’intelligenza artificiale – cioè il vero moltiplicatore di valore dei dati – resta bassa: secondo dati citati da Reuters su base ISTAT, solo l’8% delle imprese italiane usava l’IA nel 2024, contro percentuali molto più alte in altri grandi Paesi europei (la stessa Reuters citava quasi 20% in Germania). E se guardi le competenze, la fotografia è persino più dolorosa: sempre Reuters riporta che la quota di popolazione con competenze digitali di base è sotto la media UE. Dati, quindi, ne produciamo. Ma siamo ancora fragili nel trasformarli in potere industriale.
Ed è qui che “la guerra dei dati” entra nel punto più sensibile, quello che dovrebbe farci tremare: sanità, ricerca, pubblica amministrazione. I dati clinici sono tra i più preziosi al mondo perché alimentano diagnosi predittive, terapie personalizzate, ottimizzazione della spesa. Se li governi, governi una parte del futuro della medicina. Se non li governi, li proteggi e basta – e spesso finisci per dipendere da strumenti sviluppati altrove, addestrati su dati raccolti altrove, controllati da logiche altrove. E allora non sei “neutrale”, sei solo vulnerabile.
“Allora abbiamo perso?” Se per “perso” intendiamo “la partita è finita”, no: non è finita. Ma se intendiamo “siamo in ritardo e la rendita oggi la incassano altri”, allora sì: abbiamo perso pezzi importanti. L’Europa non ha oggi campioni paragonabili per scala e influenza alle Big Tech, e la concentrazione del cloud e dell’IA mostra che l’inerzia favorisce chi è già davanti.
Il gap è recuperabile? Qui la risposta non è consolatoria, ma è possibile. È recuperabile solo se smettiamo di pensare ai dati come a un dossier per giuristi e iniziamo a trattarli come infrastruttura strategica: come energia, come difesa, come moneta. Mario Draghi, nel rapporto sulla competitività europea, insiste su un punto che suona quasi come un ultimatum: senza un salto di investimenti e una strategia industriale comune, l’Europa rischia di non tenere il passo sulle tecnologie chiave; e la dimensione dell’impegno necessario è enorme, dell’ordine di centinaia di miliardi l’anno entro il 2030 nelle sue proposte di investimento. In altre parole: non si recupera con l’ennesimo incentivo a pioggia, ma con scala, alleanze, capacità di finanziare campioni, e con una pubblica amministrazione che sappia essere non solo regolatore severo ma propulsore di una domanda intelligente d’innovazione e crescita.
Se avesse coraggio, l’Italia in tutto questo potrebbe presentarsi come un laboratorio o una colonia. Non esiste una terza via comoda. Abbiamo eccellenze scientifiche e industriali che, sui dati, potrebbero giocare un ruolo europeo. Ma se restiamo un Paese di piccole adozioni e grandi dipendenze, continueremo a comprare intelligenza invece di costruirla; a usare cloud invece di governarne le filiere; a generare dati di qualità – pensiamo alla sanità, alla manifattura, alla PA – senza trattenere abbastanza valore.
La verità, semplice e spietata, è questa: nella guerra dei dati chi si proclama neutrale non resta libero. Diventa territorio. E il colonialismo digitale non arriva con i soldati: arriva con un contratto di servizio, una dipendenza tecnologica, un algoritmo opaco che decide al posto nostro.
di Isabella Zotti Minici 