Una ‘cultura del dolore’.
Che della cultura possa far parte qualsiasi argomento narrabile, è (quasi) scontato. Ma parlare di ‘cultura del dolore’ sembra qualcosa di difficile percezione, volutamente evitabile e sfuggente. Un giorno questo dolore ti sarà utile, cit, si dice quando si soffre emotivamente e psicologicamente, una sorta di rafforzativo dato dall’esperienza e dalla conoscenza di sé. Chi ha detto, allora, che anche questo non possa avvenire per il fisico? Anche questa percezione ‘corporea’ è una questione di cultura, e allora nel passo successivo verrebbe da chiedersi…
Che cos’è il dolore?
«Il dolore è una cosa che anche chi lo studia afferma “chi dice di aver capito il dolore non ha capito niente del dolore’. Il dolore per prima cosa è soggettivo; la definizione generale è di esperienza personale, non definibile oggettivamente dall’esterno. Questo cosa significa? Che il dolore e’ diverso per ciascuno di noi, in base alla propria storia e alla propria cultura. Le tribù ‘diversamente civilizzate’, per esempio, vedono il dolore come qualcosa di normale e non limitante. In Occidente, invece, per un mal di schiena diminuiamo moltissimo le nostre attività, per fattori culturali e relazionali». Fattori che portano a rapportarsi negativamente con il dolore, a esacerbarlo nella sua narrazione, a renderlo cronico. Notare bene: la risposta non parla di sensazioni negative (o positive), ma di soggettività, di esperienza personale e di normalità.
A rispondere e a raccontare della ‘cultura del dolore’ è Michele Sarto, fisioterapista ‘moderno’, che risponde a un’accezione differente rispetto al pensiero comune. Il suo concetto di fisioterapia si rifà a un modello degli anni Settanta, legato al concetto di ‘biopsicosociale’. «Mi sento prima di tutto un fisioterapista moderno, ovvero cerco di integrare qualcos’altro oltre la cura del muscolo e dell’articolazione», spiega Michele.
Che cosa vuol dire biopsicosociale?
«Che non si considera un dolore fisico a sé stante; è la persona, nel suo insieme, ad avere un problema. Il dolore non esiste solo biologicamente, non si rivela solo con gli esami e i test fisici. Nell’approccio biopsicosociale ci si pone anche sul piano mentale, emotivo, comportamentale e nei contesti sociali e ambientali della persona. Questo vale per tutte le discipline mediche e non significa essere ‘alternativi’, ma attuali. Nel mio caso, e nel caso della fisioterapia più in generale, si utilizza il movimento come strumento (a differenza di uno psicologo, che usa la parola, per esempio) nella ricerca di una causa del dolore in un sistema più ampio e soggettivo».
Per questo motivo Michele Sarto ha chiamato il suo metodo di cura Somaticamente, che mette insieme la professione di fisioterapista con i suoi studi legati alla mindfulness (tradotto: della piena consapevolezza di sé). Ciò lo porta a un approccio olistico e personalizzato nella cura del dolore fisico. «Il nome nasce dall’idea di unire ciò che viene visto come diviso: il corpo da una parte e la mente dall’altra. Da qui, ho messo insieme quelle che erano delle evidenze scientifiche – racconta Michele – legate agli anni di esperienza come fisioterapista, cercando di rendere le pratiche di cura più semplici e integrate con gli aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali. Questo aiuta la persona in cura a diventare consapevole, e quindi a stimolarsi nella decronicizzazione di alcuni dolori fisici».
L’esempio più immediato legato alla cura di un dolore è nel confronto con la farmacologia. Generalmente, quando una persona ha male, assume un farmaco pensando di risolvere il problema. In altre parole, si affronta la sofferenza per via ‘dolore-centrica’, con uno scarso apprendimento della sua natura, delle cause che l’hanno generato, e con una soluzione demandata all’assunzione del farmaco. Michele, invece, porta i pazienti a trattare il dolore per via funzione-centrica: accompagna il paziente a ritrovare il proprio benessere guardando al sistema del proprio corpo e sulle sue funzioni, cercando di togliere la componente negativa della prognosi.
«Uno degli approcci che utilizzo ha una derivazione psicologica, e si chiama ACT: acceptance and commitment therapy. La ACT permette ai pazienti di focalizzarsi sull’accettazione del dolore, per poi far porre loro degli obiettivi proattivi e di valore, togliendo la concentrazione sul problema fisico. Al centro non si pone più il dolore e la sua eliminazione, bensì la funzione del corpo e una possibile soluzione alla sofferenza. Sembra un paradosso, ma così facendo non si elimina il dolore, lo si supera, adattandosi e capendone la natura. Si tratta di comunicare col proprio corpo e autoregolarsi; in questo processo, accompagno il paziente nel fare una meditazione sull’esperienza diretta, suggerendo movimenti e posture diverse, cercando di capire con lui o lei come si sente nel corpo».
Ma allora si può definire il ‘dolore’ come occasione per mutare il proprio corpo, per cambiare?
«Ogni persona è diversa, quindi potrebbe anche essere, ma in generale la visione del dolore come ‘insegnante di vita’ è un po’ spirituale, molto psicologica e forse esagerata. Sicuramente può essere lo specchio di un sistema che necessita di riposo e recupero, a fronte di eccessiva attivazione e di stress nervoso. Il dolore può insegnarmi qualcosa? Sì, può essere una chiave che porta ad altro, ma non è assolutamente una necessità».
La questione può sembrare ‘singolare’ e soggettiva, senonché i dati medico-economici, secondo Michele Sarto, evidenziano una spesa elevata nei farmaci per i dolori muscolo-scheletrici, che spesso portano a scarsi risultati. «Questo non significa buttare via la farmacologia, che rimane uno strumento utilissimo», precisa. Un approccio come quello di Somaticamente, però, può accompagnare in un processo di rigenerazione, che rafforza il proprio corpo e cambia il paradigma sul modello di guarigione: non più ‘eliminare’ il dolore, ma aggiungere al proprio bagaglio un modo per affrontarlo, in maniera autoefficace e autoregolata, più sostenibile per la società in termini di risparmio sociale e ambientale.
Questo si ricollega alla narrazione che si fa del dolore, alla prospettiva assunta dalla società nei suoi confronti. Il dolore limita, preclude possibilità future, è qualcosa da prevenire e evitare. Ma è inevitabile. Una questione culturale, appunto. E di come si parla del dolore. «È importante parlare del dolore – dice Michele – si tratta di un tabù da sfatare. Perché non se ne può parlare? Una società che parla di dolore, ma in modo evolutivo, si porta avanti. Spesso invece non ne parliamo per allontanarlo, in maniera passiva, evitando di essere partecipi e quindi attivi nel dolore, partecipando al percorso di cura e non solo dipendendo da una terapia esterna».
Un problema anche mentale, dunque, derivante soprattutto da come se ne parla e che influenza il rapporto emotivo che si ha tra sé, il proprio corpo e il dolore fisico che si prova durante la vita. Il risultato è una diversa, possibile, prospettiva sulla guarigione: «Siamo veramente guariti quando abbiamo superato il dolore e abbiamo anche appreso qualcosa, piuttosto che aggiungere al nostro bagaglio informativo esperienze o credenze che in realtà non ci aiuteranno in futuro, o demandando la guarigione a un aiuto esterno» chiosa Michele Sarto. Un giorno questo dolore ti sarà utile, si diceva. Ma la differenza sta nel percorso intrapreso per guarire. Per esempio, sentendosi nel proprio corpo, somaticamente.
per il video completo : https://youtu.be/hSN3-jzyNj4
di Damiano Martin