Ci siamo stancati del clima. Letteralmente. Di sentirne parlare, di leggere rapporti, di ascoltare previsioni, di doverci preoccupare. Basta. Ci dicono che è diventato ideologico, che dietro la parola “sostenibilità” si nasconde una retorica da salotto. Che è tutto un pretesto per parlare di inclusione, diversità, parità, quando invece – ci ripetono – il mondo ha bisogno di ripartire, di crescere, di “andare avanti”.

La nuova puntata della video rubrica del Corriere della sera “Non solo numeri”, firmata da Daniele Manca, lancia il sasso nello stagno: il riscaldamento globale, dice, sembra non esistere più. Non fa più notizia. Non è più cool. Troppo usato, troppo abusato. E quindi? Lo ignoriamo? Lo cancelliamo con un colpo di spugna, come si fa con la polvere fastidiosa sui mobili quando arrivano gli ospiti?
No, assolutamente no, perché così non funziona affatto.
Perché mentre noi ci distraiamo, mentre nei salotti si ironizza sul Green Deal e nei talk show si gioca alla conta delle poltrone, la Terra si scalda. Letteralmente. Si squaglia. Respira male. Tossisce. E non è un modo di dire.
Secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale – una di quelle agenzie che non vivono di like ma di dati – c’è un’86% di probabilità che, entro il 2029, la temperatura media globale superi la soglia critica di +1,5°C. C’è un 80% di probabilità che almeno uno di questi anni diventi il più caldo mai registrato, più del 2023 che già ci ha regalato incendi in Canada, uragani in Messico, alluvioni in Emilia-Romagna.
Ma non è tutto. Il vero orrore si consuma al Polo Nord, dove l’Artico si riscalda tre volte più in fretta del resto del pianeta. La temperatura invernale salirà di 2,4 gradi: è un dato che dovrebbe scuotere le fondamenta dei governi, non scivolare via tra le chiacchiere da corridoio.
Eppure eccoci qui, a discutere se la transizione ecologica sia ideologica. A trattarla come un’isteria collettiva, una moda, un capriccio.
E allora abbiamo il coraggio di dirlo. Diciamolo chiaro: se difendere l’ambiente, se investire sulla sostenibilità, se ridurre le emissioni e cercare di salvare almeno una parte di questo disgraziato pianeta è diventato un atto politico, allora sì, è un atto politico. Ma lo è perché il silenzio è diventato complicità.
I dati non sono opinioni. I mari salgono. I ghiacci spariscono. Le specie si estinguono. I raccolti falliscono. L’aria si respira a fatica. E chi ha la responsabilità di decidere, troppo spesso, si limita a spostare l’attenzione su altro. Il più delle volte su cose banali, di scarsissima importanza collettiva.
Il Green Deal è imperfetto? Sì. Burocratico? Sì. Lento, confuso, talvolta contraddittorio? Sì. Ma è l’unico Piano su scala continentale che cerca – almeno – di dare una risposta strutturale al collasso climatico. Chi lo attacca senza proporre alternative non è un riformista. È un irresponsabile.
E qui non si parla più di futuro. Si parla di presente. Di coste italiane che si sbriciolano. Di ulivi che bruciano in Puglia. Di bambini allergici all’aria. Di famiglie evacuate per gli incendi. Di vite sradicate.
E allora sarebbe arrivato il momento di dire basta ai giochi di parole. Basta con la nostalgia per un mondo che non tornerà. Chi oggi deride la sostenibilità, chi la liquida come “ideologica”, è lo stesso che riderà meno quando la siccità svuoterà i rubinetti, quando i raccolti falliranno, quando le massicce migrazioni climatiche busseranno alle porte d’Europa.
La verità è che non possiamo più permetterci il lusso dell’indifferenza. La verità è che l’unica ideologia oggi tollerabile è quella che mette la vita al centro.
La verità è che il clima non si discute. Si ascolta. Si affronta. Si rispetta.
E chi oggi tace, domani dovrà risponderne. Ai figli. Alla Storia. Alla Terra.

 

di Isabella Zotti Minici