Ogni anno quattro virgola cinque trilioni di mozziconi vengono abbandonati nell’ambiente. Non è un dato dell’apocalisse. È la routine.
Vale la pena fermarsi su questo numero, perché non è astratto: è la somma di miliardi di gesti identici, compiuti ogni giorno da persone normali che considerano un filtro di sigaretta qualcosa di trascurabile. Una briciola. Un quasi organico. Un quasi niente.
Non lo è. Il filtro è plastica. Diventa microplastica. Rilascia arsenico, cadmio, nicotina, idrocarburi. Un mozzicone non è un residuo: è una microdiscarica tascabile che qualcuno ha deciso, deliberatamente, di lasciare a terra.
Ma il mozzicone è solo una metafora precisa di un problema più vasto.
Legambiente ha misurato sulle spiagge italiane 892 rifiuti ogni cento metri di litorale. La soglia europea per il “buono stato ambientale” è venti. Non ottocento, non cinquecento: venti. Noi siamo a ottocentonovantadue. Quarantaquattro volte il limite. E quasi l’ottanta per cento di quei rifiuti è plastica ordinaria -bottiglie, tappi, involucri, cotton fioc- non scarichi industriali, non eventi eccezionali. Le nostre giornate.
A livello globale, ogni anno tra diciannove e ventitré milioni di tonnellate di plastica finiscono negli ecosistemi acquatici. L’OCSE dice che nel mondo si ricicla effettivamente solo il nove per cento dei rifiuti plastici. Il resto brucia, finisce in discarica, oppure semplicemente sparisce, “cambia indirizzo” come si dice eufemisticamente. Nel frattempo la produzione è raddoppiata in vent’anni.
Il problema, insomma, non si sta risolvendo. Si sta accelerando.
Eppure continuiamo a raccontarlo come qualcosa di distante: il vortice di plastica nel Pacifico, le tartarughe, le balene. Immagini vere, ma comode nella loro lontananza geografica, che non costringono a guardare il lungolago di domenica, la spiaggia di agosto, il sentiero dopo Ferragosto. Insomma non costringono a guardarci.
Questa è la prima cosa che un editoriale onesto dovrebbe dire: il problema non è lontano. Siamo noi il problema. Noi consumatori di monouso, noi turisti distratti, noi cittadini che delegano alla raccolta differenziata la responsabilità morale di produrre meno.
Ma sarebbe troppo facile, e un po’ ipocrita, fermarsi qui.
Perché dietro ogni gesto minimo c’è un sistema che quel gesto lo ha reso possibile, conveniente, normale. L’industria del packaging ha costruito per decenni un modello perfetto dal punto di vista logistico, e completamente irresponsabile dal punto di vista ambientale: oggetti economici, leggeri, funzionali, progettati per durare pochi minuti nelle mani di qualcuno e secoli nell’ambiente. Il costo reale -raccolta, pulizia, contaminazione, danno sanitario, impoverimento del paesaggio- non compare nel prezzo. Lo paga la collettività. Lo pagheremo ancora a lungo, probabilmente, dato che le microplastiche sono già state trovate nel sangue umano, nella placenta, nei polmoni, nel latte materno.
Siamo riusciti a trasformare lo scarto in presenza corporea, e questo dovrebbe togliere il sonno.
La Commissione Europea ha cominciato a intervenire con la direttiva sulle plastiche monouso. Qualcosa si muove. Non abbastanza, e non abbastanza in fretta. Il riciclo da solo non può tenere il passo di una produzione che cresce senza sosta: è una toppa su una voragine.
E l’Italia in questa storia ha una responsabilità particolare, non per colpa speciale, ma per esposizione speciale. Ottomila chilometri di costa, i grandi laghi prealpini, le Alpi tra le più visitate d’Europa. Un’economia che vende bellezza. Una spiaggia sporca non è solo una ferita ecologica: è un danno economico, reputazionale, identitario. Un Paese che costruisce la propria immagine sulla qualità del paesaggio e poi lo tratta come una discarica diffusa ha un problema di coerenza prima ancora che di ecologia.
La domanda giusta, allora, non è se vogliamo un ambiente più pulito, tutti lo vogliono, a parole. La domanda è se siamo disposti a pagare il costo vero delle cose che consumiamo. Se siamo disposti a pretendere che quel costo sia incorporato nel prezzo, non scaricato sul futuro. Se siamo disposti a smettere di chiamare “usa e getta” qualcosa che in realtà è “usa e resta”. Resta nella sabbia. Resta nel sedimento. Resta nel pesce. Resta nel corpo.
Non serve diventare integralisti. Serve diventare adulti. Capire che la civiltà si misura anche dai gesti che considera troppo piccoli per contare e che quei gesti, moltiplicati per miliardi, diventano paesaggio, diventano politica, diventano storia.
Un mozzicone non è piccolo quando viene moltiplicato per quattro virgola cinque trilioni, questo lo sappiamo già. La questione è decidere se fa differenza saperlo.
di Isabella Zotti Minici 