C’è una cosa che l’Italia non sopporta: sentirsi vulnerabile.
Perché si è raccontata troppo a lungo di essere furba, adattabile, capace di cavarsela sempre. E invece la verità, quella che torna puntuale quando meno la vogliamo, è che siamo un Paese forte solo finché qualcuno, altrove, continua ad accendere la luce.
Negli anni Settanta quella luce si abbassò. Non si spense di colpo. Tremò. E bastò.
Arrivò la Guerra del Kippur, arrivò la decisione dei Paesi dell’OPEC, e noi -convinti di essere nel pieno di un miracolo economico- scoprimmo di essere appesi a un rubinetto. Bastò girarlo un poco, e il Paese cambiò faccia. L’inflazione, che nel 1973 era al 10,8% salì al 19,2% nel 1974, e rimase al 16,9% nel 1975. La crescita si piegò fino a diventare -2,1%. Il petrolio passò da 3,70 dollari al barile a oltre 10, poi 12. E noi pagammo, in due anni, 5 e poi 6 miliardi di dollari in più solo per continuare a esistere come sistema industriale.
Non era una crisi economica. Era una lezione.
Una di quelle che non si dovrebbero dimenticare. Ma la storia ci ha mai insegnato qualcosa?
Da quella lezione nacque l’austerità. Le domeniche senza auto, le luci spente, i consumi ridotti. Non erano un sacrificio. Erano una presa d’atto. Il momento in cui uno Stato guarda i propri cittadini e dice, senza dirlo: non possiamo più permetterci di essere ciò che eravamo ieri.
Oggi, senza aver imparato nulla, siamo di nuovo lì. Solo che non lo vogliamo vedere.
Abbiamo cambiato tecnologia, linguaggio, persino le illusioni. Ma non abbiamo cambiato la dipendenza. L’abbiamo solo resa più sofisticata, più invisibile. Più pericolosa. E il punto in cui si concentra questa dipendenza ha un nome che sembra lontano, esotico, quasi irrilevante: Stretto di Hormuz.
È un passaggio stretto. Una fenditura d’acqua.
Eppure da lì passa circa un terzo del petrolio mondiale, quasi 20 milioni di barili al giorno, e un quinto del gas liquefatto globale. Non è una rotta. È un destino.
Proviamo allora per un attimo a fare ciò che non facciamo mai: dire la verità fino in fondo. Se quello stretto chiudesse -davvero, non per qualche giorno ma per tre mesi- il mondo non si fermerebbe. Si contrarrebbe. Mancano all’appello 14–16 milioni di barili al giorno. Le riserve strategiche, circa 400 milioni di barili, tengono per un po’, poi iniziano a cedere. E allora i prezzi non salgono, saltano. Il petrolio può aumentare tra il 50 e il 100%, il gas tra il 30 e il 70%, e con loro tutto il resto. Per l’Italia significa inflazione che torna a mordere, +2, +3,5 punti, e crescita che si spegne, -0,8, -1,8 punti di PIL. Non è il disastro. È qualcosa di più sottile: una vita che si restringe.
Se diventano sei mesi, non c’è più bisogno di parole eleganti. Non è più mercato. È realtà. Non è più prezzo. È disponibilità. Alcune cose iniziano a mancare, altre diventano un lusso. L’industria rallenta, i trasporti si inceppano, la politica entra dove il mercato non arriva. Il petrolio può raddoppiare, il gas superare il +60 o +100%, l’inflazione salire di 4–6 punti, il PIL perdere 2–3,5 punti. E a quel punto non si decide più quanto crescere. Si decide chi resiste.
Lo abbiamo già intravisto nel 2022. Senza blocchi, senza chiusure, solo con prezzi più alti, abbiamo avuto +2 punti di inflazione e -1 punto di crescita. È bastato quello per creare tensione. Immaginiamo il resto.
Negli anni Settanta eravamo più poveri, ma avevamo ancora il senso del limite. Oggi siamo più ricchi, ma viviamo nell’illusione che il sistema sia eterno. Non lo è. Non lo è mai stato.

“Ci sono momenti in cui capisci che la storia ti è entrata in casa”, scriveva Oriana Fallaci. E non ti chiede permesso.

Non la chiameremo austerità, perché abbiamo paura delle parole che ricordano. Ma sarà austerità lo stesso. Più elegante, più nascosta, più accettabile. Ma identica nella sostanza: consumare meno, perché non possiamo più permetterci di consumare di più.
E tuttavia -è qui che la memoria dovrebbe smettere di essere nostalgia e diventare politica industriale- la differenza tra subire e reggere si gioca tutta nei prossimi anni. Non nei prossimi decenni. Nei prossimi cinque, sette anni. È questo l’orizzonte reale entro cui un Paese può ridurre la propria esposizione.
La Spagna lo ha capito prima. Oggi produce stabilmente oltre il 55% della propria elettricità da fonti rinnovabili e si è data un obiettivo superiore all’80% entro il 2030. Non è un primato ideologico: è una scelta di sicurezza. Più rinnovabili significa meno dipendenza immediata dai flussi esterni nei momenti di crisi.
L’Italia potrebbe ancora colmare il divario, ma non con il passo attuale. Servirebbe una crescita stabile della capacità installata nell’ordine di 5–7 GW all’anno, accompagnata da investimenti complessivi -tra produzione, reti e accumuli- di 50/70 miliardi nei prossimi anni. Servirebbero stoccaggi più robusti, reti più intelligenti, autorizzazioni più rapide. E soprattutto servirebbe una cosa che non compare nei piani: la consapevolezza che l’energia non è una voce di costo, ma un’infrastruttura di sovranità.
Non è una rivoluzione. È una scelta.
Negli anni Settanta abbiamo scoperto che il benessere non è garantito.
Oggi possiamo ancora decidere se vogliamo continuare a dipenderne o se vogliamo, almeno in parte, proteggerlo.
Perché la verità, quella che non ammettiamo mai fino in fondo, è una sola: il problema non è quando il mondo si restringe ma quanto siamo pronti noi a non restringerci con lui.

 

di Isabella Zotti Minici