C’è un mondo che ci hanno promesso e un mondo che stiamo costruendo. Il primo è quello raccontato dalle pubblicità: brillante, connesso, comodo. Il secondo è quello in cui viviamo davvero: fragile, inefficiente, dominato da dispositivi che si parlano solo tra loro – quando va bene – e che ci impongono regole che non abbiamo scelto. Siamo circondati da 15 miliardi di oggetti connessi nel 2023, destinati a diventare oltre 50 miliardi entro il 2030, secondo la stima dell’International Data Corporation (IDC) . Dalla lavatrice al termostato, dalla serratura al frigorifero, ogni oggetto pretende di essere “intelligente”. Ma cos’è l’intelligenza se non sa funzionare quando la rete va giù? Se non protegge la nostra privacy? Se ci trasforma in automi obbedienti che dicono “Siri, apri la porta”, mentre dimenticano dove stanno le chiavi di casa?Amber Case – antropologa del futuro e autrice del concetto di Calm Technology – lo dice con chiarezza: “Il mondo non è un desktop”. Ma noi lo stiamo progettando come se lo fosse, caricandolo di pop-up, notifiche, aggiornamenti forzati, dipendenza dal cloud. Invece di liberarci, la tecnologia ci trattiene. Ci isola. Ci prosciuga l’attenzione, che diventa la risorsa più rara e contesa dell’epoca digitale. Abbiamo barattato la solidità dell’hardware con l’effimero del software. Un tempo un computer durava dieci anni. Oggi il ciclo vitale di uno smartphone si aggira tra i 18 e i 24 mesi. E non lo dico io, ma Greenpeace: ogni anno vengono generati oltre 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici. Oggetti concepiti non per durare, ma per essere scartati. Obsolescenza programmata? No: obsolescenza accettata. Il design, che un tempo era arte, mestiere, visione, oggi è spesso complice. Progetta per vendere, non per durare. Progetta per sedurre, non per servire. Eppure ci sono voci che resistono. Come quella di Jonathan Chapman, che parla di emotional durability, la durabilità emozionale degli oggetti. “È una questione di amore, attaccamento, significato. Non solo di materiali e circuiti”. Un oggetto dovrebbe migliorare con l’uso, non degradarsi. Come un paio di jeans che si scoloriscono con orgoglio, non come uno smartphone che rallenta con ogni aggiornamento. Come le tazze di Andy Brayman, che rivelano un messaggio segreto solo dopo essere state usate e lavate decine di volte. Un design che sa invecchiare, come noi. Non uno che ci umilia appena esce il modello nuovo.
Ma il vero scandalo non è solo nella fragilità. È nella dipendenza. Stiamo costruendo un mondo dove l’accesso alla luce, all’acqua, perfino all’aria condizionata, può dipendere dal funzionamento di un’app. E se il server si blocca? Se il cloud si spegne? Resteremo al buio, assetati, accaldati. Bloccati. Impotenti. Come lo fu l’autrice del saggio quando, in un parcheggio di Denver, si ritrovò con un’auto a noleggio che non superava i 30 all’ora, senza nessuno in grado di aiutarla. Perché? Perché i sistemi non si parlavano. Perché nessun essere umano era previsto come backup. Il paradosso è che chi più connette, più isola. Il frigorifero non parla alla stampante. Il termostato non dialoga con il bracciale fitness. Il cittadino non riesce a capire chi ha i suoi dati. E quando le cose vanno storte – come vanno sempre, in questo mondo reale – ci ritroviamo soli. A spiegare il problema dieci volte a dieci operatori diversi. A mendicare assistenza da sistemi progettati senza empatia. Vogliamo davvero un futuro così? Un futuro dove “la rete” sa tutto di noi, ma non ci conosce? Dove Google anticipa i nostri desideri, ma non ci ascolta quando diciamo “basta”? Dove l’esperienza utente è più importante dell’esperienza umana? La risposta non è un altro gadget. Non è l’ennesima start-up con una soluzione per un problema inventato. È tornare all’essenza del design. Fare meno, ma farlo bene. Semplice, modulare, trasparente. Progettare per la durata, non per l’effetto wow. Costruire un’estetica della sobrietà, non della seduzione. E infine: restituire al design una missione politica. Perché ogni oggetto progettato oggi è un atto che definisce il mondo di domani. O scegliamo un design che emancipa, o avremo un design che sorveglia. O scegliamo un design che dura, o avremo un pianeta sommerso dai rifiuti. O scegliamo un design che ci somiglia, o finiremo per somigliare noi ai nostri oggetti. Il futuro non è un giocattolo. È una responsabilità. E chi progetta, chi produce, chi compra – anche chi scrive – dovrebbe ricordarselo ogni giorno.
di Isabella Zotti Minici 