«Faccio l’esempio di mio figlio Giovanni. Giovanni non sapeva vestirsi da solo, allora lo vestivo io. Poi però rifletti e ti dici “ma qualcosa sai fare”, quindi ti sprono a far da solo, nonostante gli ostacoli. Io ho deciso di intraprendere questa strada e creare una linea di vestiti. Adesso lui ce la fa un po’ di più, ma oltre a farcela ha capito che può partecipare: cioè, dandogli un po’ più d’autonomia, gli dai anche il concetto di poter partecipare da solo».
Vestiti, ostacoli, una strada, l’autonomia… e Giovanni. Giovanni è un bambino come tanti. No, rettifica: Giovanni è un bambino come pochi, come i bambini di un centinaio di famiglie in Italia, parte dell’associazioni A.S.S.I. Gulliver, come le circa 359.000 persone sotto i 18 anni di età, secondo i dati Istat riferiti alla scuola (biennio 2023-24). Sembrano tanti, e pure pochi, se visti in termini percentuali: il 4,5% degli iscritti nel sistema scolastico, ma con un +26% negli ultimi cinque anni. Tanti o pochi è relativo: ciò che conta è lo scarto, la differenza tra un mondo pensato per la maggior parte delle persone 一 quello ‘normale’ 一 e quello non pensato per la minor parte: quella affetta da disabilità. Disabilità fisica e cognitiva, che ogni giorno porta ad affrontare ambienti e oggetti che non sono adeguati. Disabilità che non può scegliere come vestirsi, per esempio: che non può scegliere se essere autonoma o no. Eppure, basterebbe un’idea: l’adaptive fashion, o come la chiamano (in pochi) in Italia, la moda adattiva.
«Da quando c’è la zip magnetica della felpa che lo incentiva a fare da solo 一 spiega Elisa 一 Giovanni adesso ci prova; magari non va sempre, ma una volta su due o tre, va. Qualsiasi altro capo lui indossi senza questa zip, il gesto adesso lo fa: lui dentro di sé ha capito che può farcela, ha interiorizzato una cosa, e magari ripetendolo potrebbe un domani riuscirci. A questo io do molto valore perché queste persone hanno il diritto di provarci». Il valore, per Elisa Zigno, si è tradotto negli ultimi due anni in una impresa economica e sociale, che ha lo stesso nome del figlio: ‘I Vestiti di Gio’.
«Giovanni è colui che mi ha insegnato la strada, lui mi ha dato l’ispirazione per realizzare I Vestiti di Gio e per provare ad agevolare l’atto del vestirsi da soli; Gio nasce con la rara sindrome genetica di Sotos, che gli comporta un ritardo psicomotorio globale: le tappe evolutive sono state raggiunte con più lentezza rispetto alla norma, e per lui fare le attività quotidiane di ogni giorno è più complicato. E allora, ho pensato di trovare io delle soluzioni rispetto agli abiti che si trovano nel commercio standard». Soluzioni che non fossero solo comode, versatili e facili da usare: «quasi mai – continua Elisa – si associano la bellezza e i colori alla funzionalità dell’abbigliamento per persone con disabilità: ci tenevo a creare vestiti belli e colorati».
La creazione di una moda adattiva, fatta di strip di velcro al posto dei polsini elasticizzati, t-shirt senza verso anti-confusione e zip ad aggancio magnetico 一 queste diventate il simbolo del brand 一 è nata sia dal trasformare le difficoltà in opportunità, sia dalla messa in pratica delle competenze di Elisa, laureata in economia e con vent’anni di esperienza nel settore acquisti e travel retail «Con la nascita di Giovanni la vita e le priorità si ribaltano; lui aveva bisogno di assistenza, di cure, io e mio marito avevamo bisogno di capire cosa stava succedendo».
«Con meno tempo e disponibilità ho deciso di interrompere la mia carriera lavorativa, nel 2020. Mi sono comunque dedicata al sociale 一 continua Elisa 一 entrando nel direttivo dell’’associazione A.S.S.I. Gulliver, che riunisce un centinaio di famiglie, in Italia, con bambini affetti dalla sindrome di Sotos 一 la quale colpisce 1:14.000 neonati 一 e dalla sindrome di Malan (più simile e rara), e pian piano è nata in me questa idea di superare le barriere, di creare qualcosa che potesse aiutare lui e tanti bambini come lui, mettendo in campo le competenze che avevo acquisito in 20 anni di lavoro. E nel 2024 sono diventata una neoimprenditrice, lanciandomi nell’impresa de I Vestiti di Gio».
Giovanni non ha dato solo il suo nome al brand: infatti, lui e Elisa hanno anche ‘battezzato’ i capi d’abbigliamento 一 pantaloni, t-shirt, shorts e felpe: «Oltre a insegnare a Giovanni come vestirsi da solo, noi passiamo molto tempo a leggere i libri. Giovanni adora che gli si leggano gli albi illustrati, e quando è stato tempo 一 come ogni collezione di abbigliamento, dove ogni capo ha un nome e un codice 一 ho pensato di battezzare i vestiti con tutti i protagonisti dei libri che in questi anni abbiamo letto. Quindi c’è Emil il polipo gentile, c’è a Adalberto, il gigante più elegante della città, e c’è Teo, che è un gatto; insomma, diciamo che abbiamo riportato un altro pezzettino della nostra storia».
I Vestiti di Gio ha aperto il suo shop online il 2 luglio 2024; poi, Elisa si è chiesta chi, fisicamente, potesse essere interessato a vendere i suoi capi, nel centro di Padova. «Il primo che mi è venuto in mente è stato Emme di Mamma: più che un negozio, un concept store. Mi è venuto in mente per lo spirito e per i loro principi, qui è un negozio di riferimento per tantissime mamme e con loro appunto collaboriamo da più di un anno. Il secondo è in Corso Garibaldi, Nati per la camicia, dove abbiamo una vetrina che spiega anche un po’ cos’è la moda adattiva, per le persone di passaggio, le quali anche solo farsi la domanda, no? ‘Cos’è la moda adattiva?’, e quindi è un bel punto di visibilità».
La moda adattiva rimane ancora un mercato di nicchia, nonostante il pensiero per il quale ‘se un vestito va bene per una persona disabile, potrebbe andare bene anche per una persona non-disabile’. Il ragionamento potrebbe inoltre aiutare il mercato stesso, nel massificare la produzione e abbassare i costi di produzione di un abbigliamento altrimenti pensato ad hoc per una cosiddetta ‘minoranza’. «Non è facile muoversi nella nicchia della moda adattiva, perché è ancora un mercato poco conosciuto; tante volte anche chi ne ha l’esigenza non sa che esiste questa offerta. È costoso – racconta Elisa – perché la produzione richiede una progettazione particolare, i capi hanno una costruzione un po’ fuori dallo standard e gli accessori come la zip magnetica sono un plus. Ci si scontra con questi limiti, e contro i prezzi della fast fashion, per esempio». Tuttavia, nelle previsioni di Coherent Market Insights, il mercato dell’adaptive fashion, stimato per 18.5 miliardi di dollari nel 2025 (e che in Europa ricopre il 45% del globale), dovrebbe salire fino a 32 miliardi entro il 2032. Quantomeno, un buon motivo per sperare.
Al di là dei freddi numeri, I Vestiti di Gio rimane un’impresa soprattutto sociale, grazie all’esperienza e alla vicinanza maturata da Elisa e dalla sua famiglia nell’associazione Gulliver. «A.S.S.I. Gulliver è nata 12 anni fa grazie a tre mamme; si autofinanzia e finanzia progetti di ricerca sulla sindrome di Sotos e Malan, e ha all’interno un comitato scientifico di medici che seguono i nostri bambini; visto che la malattia è così rara, loro stessi si stanno specializzando per seguirli al meglio. L’associazione supporta le famiglie e fa davvero tanto a livello nazionale. Quando ho creato I Vestiti di Gio, mi è sembrato naturale rimanere legata ad ASSI Gulliver: quindi, per ogni capo venduto, devolviamo una piccola parte per i progetti dell’associazione».
Alla fin fine, è tutta una questione di autonomia, e di un’autonomia che si perpetra giorno per giorno, non come concetto astratto e assoluto, ma per le innumerevoli vie di un gesto quotidiano e concreto; un pantalone infilato senza impedimenti elastici, una maglietta infilata senza dritta o rovescio, una zip che si aggancia con un clic. Non solo e semplice fare, ma di un imparare a fare, grazie a un vestito, e alla moda adattiva. Inclusione è soprattutto questo: mettersi nei panni degli altri. Quale modo migliore, di una zip-calamita?
di Damiano Martin 