“Questo soffitto viola no, non esiste più/io vedo il cielo sopra noi” canterebbe Gino Paoli con la testa sotto in su, a mirare… il corpo dell’amata? Ma no, tanti piccoli corpi, corpi celesti, stelle e pianeti e nebulose che ruotano sopra la testa e portano gli occhi allo Spazio, quello con la ‘S’ maiuscola, quello che sta attorno e fuori alla Terra. Forse, però, Gino guarderebbe con gli stessi occhi adoranti, a chiedersi “che ci faccio qui?” oppure “cosa succederà, dopo di questo cielo?”. Oppure si arrabbierebbe come il dottor Luca Nobili, astronomo libero professionista nel settore della divulgazione e realizzatore di live show con spiegazioni dal vivo al Planetario di Padova. «Io mi arrabbio, perché vorrei capire cosa c’è davvero nello spazio, se ci sono altre forme di vita, vorrei avere un’astronave e la possibilità di viaggiare. Osservare da terra con il telescopio mi dà un senso di frustrazione. Io sogno di capire, di vedere cosa c’è ‘là fuori’.».

Dalla terra al cielo e dalle stalle alle stelle. Una volta, all’ex Macello di Padova, uomini e donne avevano gli occhi puntati a terra, sulle bestie da macello, fino agli anni Settanta del secolo scorso. Dal 2009, donne e uomini, scienziati e visitatori volgono lo sguardo in alto e verso le stelle, nelle stanze di quello che oggi è il Planetario di Padova. Un centro di divulgazione dello Spazio aperto, dove si raccontano storie e aneddoti inerenti o collegati alla volta celeste. “Con passione e professionalità, ogni giorno avviciniamo le persone di ogni età all’Astronomia, perché crediamo che la cultura possa arricchire la vita e contribuire al progresso della società.”, cita la descrizione del Planetario nel sito.

Quindi, dottor Nobili, l’attività del planetario è principalmente divulgativa?

«Sì, è soprattutto divulgativa sotto vari aspetti. La divulgazione astronomica è ovviamente quella primaria. Dopodiché, i nuovi planetari digitali, come il nostro, permettono di proiettare di tutto e di più. Si può anche parlare, ad esempio, della Divina Commedia e delle stelle presenti nell’opera. Vuol dire unire quello che Dante descrive nell’Inferno (e non solo) della Divina Commedia riguardo al cielo con le nozioni astronomiche, e quindi raccontare le costellazioni. Possiamo raccontare Interstellar di Christopher Nolan o la storia dei dinosauri. O ancora, raccontiamo la cellula: è un argomento di biologia, ma con la tecnologia di proiezione in 3D del planetario ‘immergiamo’ il pubblico nelle scienze, rendendo più semplice la comprensione di argomenti che altrimenti senza immagini, ma io direi senza neanche la tridimensionalità, sarebbero complessi da digerire.».

A tal proposito, allora le chiedo: come scegliete gli argomenti di divulgazione all’interno del Planetario?

«Sulla base delle richieste del pubblico e soprattutto delle scuole. Sicuramente studentesse e studenti sino alla terza media vengono per gli spettacoli sul sistema solare, uno dei primi che abbiamo prodotto. Per le classi delle scuole superiori ci sono poi varie strade, vari percorsi differenti. In generale, il sistema solare è gettonatissimo. Nove scuole su dieci tra le scuole primarie e secondarie di primo grado ce lo chiedono, così come i molti bambini che vengono al Planetario trascinando i genitori. I racconti sulle costellazioni affascinano tantissimo. E poi c’è lo spettacolo sui dinosauri, da poco in programmazione. Lo sapevamo da tempo che andava prodotto qualcosa sui nostri antenati terrestri: è un argomento che si lega con lo studio degli asteroidi e sarebbe stato di certo attrattivo. Solo che ho voluto personalmente aspettare qualche anno per avere un nuovo software, così da migliorare gli effetti visivi. Io credo che una famiglia venga a vedere qualcosa sui dinosauri anche per l’aspetto spettacolare. La cosa che più dà piacere, per noi, è poi constatare che il pubblico apprezza più la spiegazione rispetto alla proiezione.».

Ritornando alla divulgazione in generale: come si fa divulgazione dello spazio aperto?

«Bisogna avere esperienza. Per molto tempo la comunicazione e in generale la divulgazione della scienza è stata un po’ messa un po’ da una parte, no? Come a dire “ma ci sono i giornalisti che ne parlano, il resto lo fa il semplice appassionato quando ha tempo di farlo.” Però negli ultimi 20 anni le cose sono cambiate radicalmente: sono arrivati meno soldi al mondo della ricerca, perché i politici hanno detto “sì, ma voi che ricerca fate? A cosa serve? A cosa serve fare astrofisica?”; mi riferisco al nostro paese, chiaramente. E quindi ci si è resi conto dell’importanza di divulgare a livello di massa ciò che è la ricerca dell’astronomia, dell’astrofisica, e di quelle che sono le grandi domande ancora senza risposta. Le cose si sono rovesciate. Adesso la ‘comunicazione astrofisica’ è diventata proprio una professione. Chiaramente questo comporta un linguaggio adatto al target che si ha in quel momento di fronte: una cosa è la comunicazione di massa, un’altra cosa invece è avere un target specifico, interessato magari a scendere nei dettagli di certi argomenti, come il film Interstellar, tanto per citare uni dei nostri approfondimenti.».

Non posso che fare la domanda cruciale, dunque: qual è l’utilità nello studiare e divulgare lo spazio aperto, secondo lei?

«Ci sono anche qui vari aspetti. Il primo è quello della pura conoscenza. L’uomo non è in grado di stare fermo a contemplare il cielo e a non fare nulla. L’uomo deve costruire, deve capire, vuole andare sempre oltre. La conoscenza vera e propria non è da sottovalutare, nonostante negli ultimi tempi sia stata un po’ emarginata. È l’uomo non sta bene se non se non è attivo col cervello: è un istinto primario, secondo me, di tutta l’umanità.».

«L’altro aspetto è più pratico» continua Luca Nobili. «Ogni disciplina è collegata alle altre. Non è chiaro perché non viene ricordato con frequenza, ma tutte le telecomunicazioni si basano sulla tecnologia per l’astrofisica, per esempio. Questo perché la disciplina vuol dire studiare oggetti celesti lontani, o in condizioni estreme in confronto a quelle terrestri. Dunque, per studiare ciò che è lontano e difficile non basta migliorare ciò che conosciamo e che già abbiamo, ma dobbiamo inventare cose nuove. L’innovazione tecnologica è un’invenzione, non un migliorare ciò che si ha già. La novità ricade poi nei contesti quotidiani. Le ricadute di una nuova fisica adeguata alla legge dei buchi neri – dove la fisica di Einstein non arriva, specifica il dott. Nobili – riguarderebbero soprattutto il campo subatomico: potremmo costruire macchinari in grado di individuare tumori che adesso non vediamo per tempo e quindi curarli. Questo cosa significa? Che, tentando di guardare l’infinitamente grande, riusciamo a osservare l’infinitamente piccolo.».

C’è qualcosa che lei, dott. Nobili, spera di trovare ‘là fuori’?

«A me piacerebbe… purtroppo gli anni passano, no? Ahimè il tempo scarseggia sempre di più, però prima che sia troppo tardi vorrei veramente avere la risposta alla domanda relativa alla presenza di altre forme di vita nell’universo. Sono certo che ci siano, ma quale che tipo di vita? In che modo si potrebbe esprimere? Già questo sarebbe un inizio e aprirebbe altre 10.000 domande, sia chiaro, però cominceremo ad avere almeno una prima risposta importante. A me piacerebbe tanto essere presente quando ci sarà questo primo grande contatto. Sicuramente lo avremo, ma chissà quando capiterà.».

Chissà. Diamo per scontato che qualcosa nel futuro possa capitare tra molto tempo, come tra qualche anno o qualche secolo. La realtà è che potrebbe capitare domani, o dopodomani. È il senso della meraviglia e dell’incertezza. Ci sarà un momento, per quanto piccolo, che sarà improvviso, come all’improvviso ci si rende conto di trovarsi in una stanza e vedere un’armonia sotto a un soffitto viola, oppure no, al di sotto di una cupola che al buio si illumina di stelle, pianeti e sistemi solari. No, non è Il cielo in una stanza: è tutto l’universo in stanza, che viene raccontato settimana per settimana, sotto la volta del Planetario di Padova.

 

di Damiano Martin