La storia ci insegna come la creazione di qualcosa non implica la sua conoscenza. Riportando il passato ai giorni nostri, deduciamo che la realizzazione dell’Intelligenza Artificiale non implica che si sappia già come utilizzarla e quali siano le sue potenzialità, anzi. Ogni inizio implica una consequenzialità, un susseguirsi di effetti che non necessariamente perseguono l’origine da cui si propagano. Un esempio concreto: il cannocchiale fu inventato in Olanda, in ambito navale. Poi, uno scienziato italiano ne migliorò le capacità, aumentando l’ingrandimento delle lenti. Infine, lo stesso scienziato prese quel cannocchiale, e lo puntò al cielo, scoprendo lo spazio. Quello scienziato fu Galileo Galilei, e da quel giorno la scienza non fu più la stessa.
Con questa metafora Riccardo Luna, editorialista del Corriere della Sera, ha dato inizio al quarto appuntamento di DisclAImer. Ultime avvertenze prima della rivoluzione, lo scorso 14 ottobre 2025. I DisclAImer sono una serie di eventi volti a indagare il rapporto tra la IA e i diversi ambiti che contraddistinguono la vita dell’uomo: creatività, linguaggio, moda, spiritualità. Nell’aula magna “Galileo Galilei” dell’università degli Studi di Padova si è dialogato attorno al connubio tra IA e salute, dell’uomo e del pianeta, insieme agli ospiti presenti.
Conoscere l’intelligenza artificiale, dunque. Conoscere uno strumento che non si pone come polo, in una dualità con l’essere umano o con un altro termine, ma come strumento, intermediario tra esseri viventi. Cosa significa conoscerla, allora, nel rapporto che intercorre tra il concetto di salute e la natura che fa esperienza di questa salute, o della sua mancanza? Nella complessità dell’argomento, e nella sua universalità, la rettrice dell’ateneo padovano Daniela Mapelli ha richiamato, nel suo discorso di apertura, all’idea di “bene comune” e di un’integrazione tra scienze matematiche e scienze umane, come filosofia, etica, statistica e comunicazione, per «immaginare un futuro per la sanità equo, innovativo e sicuro, grazie anche alla IA».
Nella visione olistica, però, non siamo esenti da problemi, dilemmi, da altrettanta complessità. L’intelligenza artificiale oramai esiste, e come in ogni grande rivoluzione tecnologica non è realistico pensare a una sua limitazione – a dire il vero, in quanto esseri umani occidentali, non siamo proprio portati a concepire un limite. Lo sfumare dei confini tra umanità e artificialità implica un adeguamento dell’uno e dell’altro, alla generazione di nuove abitudini (nella migliore delle ipotesi) fino alla distopica fusione tra reti neurali e digitali: «L’ipotesi di umani che inglobano fisicamente la IA per il suo utilizzo, a loro volta poi usati dalla stessa IA per la propria propagazione, a scapito di una parte di autonomia umana».
Su questa prospettiva, paventata dal professor Telmo Pievani – professore di filosofia della biologia a Padova e divulgatore – lo stesso si è dichiarato scettico: «Si sopravvaluta lo strumento IA di oggi; non c’è un’alta riproducibilità dei risultati prodotti (secondo la Royal Society), perlopiù numerosi, eterogenei e affetti da bias; si basa inoltre su dati e connessioni probabilistiche». Il professor Pievani ha distinto due utilizzi della IA: «Un utilizzo muscolare, fatto di ricerca, mappature veloci dei dati, comparazione, e un utilizzo ‘euristico’, ovvero riferito alla ricerca e alla scoperta, come si sta tentando di portare avanti nel decifrare il ‘canto delle balene’, tramite registrazione, comparazione e riproduzione; una sorta di protolinguaggio, che potrebbe portare a porre domande ai cetacei».
In ambito prettamente medico, la IA per come è oggigiorno utilizzata, si presta nella sua capacità “muscolare” che possa essere utili a fini medici, nonché nel processare una grande mole di burocrazia con il fine di liberare il medico da incombenze protocollari e concedergli più tempo nel rapporto con i pazienti. Non manca, anche in campo strettamente medico, la visione globale del sistema, come auspicato da Ilaria Capua, professoressa alla Johns Hopkins University, virologa e divulgatrice di fama internazionale, nonché pioniera del concetto di “salute circolare”: «Il periodo del Covid ci avrebbe dovuto insegnare la complessità della realtà, da un lato, e restituire una visione di one-health, di un’unica salute circolare e bilanciata» in equilibrio tra le diverse forze a cui siamo sottoposti: naturali, sociali, scientifiche. «Il nostro lavoro è già machine-driven, guidato dalle macchine: la IA è un ulteriore implemento, che può aiutare a ottimizzare la ricerca e velocizzare la scoperta delle cure mediche più idonee». «C’è un lato oscuro – ha continuato la Capua – che non vorrei menzionare, ma si deve fare: il rischio che l’intelligenza artificiale aiuti lo sviluppo di virus, anche mortali».
La questione rimane dunque scientifica, non nella sua accezione comune, quanto nel significato “epistemico” del termine, ovvero della conoscenza intesa come domanda e ricerca, per ipotesi, tentativi ed errori. Un punto sul quale tutti gli ospiti di DisclAImer si sono trovati d’accordo è l’apertura dell’intelligenza artificiale a tutti, non solo alle big tech e a pochi, ricchi, eletti, e nella conseguente divulgazione corretta e onesta delle capacità dello strumento. Questo si rende necessario per pensare a un’integrazione tra IA e salute che sia veramente ad appannaggio di tutti, poiché la rivoluzione sarebbe solo parziale, e ingiusta, se a favore di pochi. Conoscere la IA è una questione di scienza e di scientificità, a cui tutti dovremmo, e saremo chiamati, a rispondere.
di Damiano Martin 