Viaggio dentro il Centro di Recupero di Favignana: tra plastica, ami e miracoli di resistenza
I. Una ferita nel mare
Favignana è un sussurro tra le onde. Un’isola che sembra nata per proteggere. Ma anche qui, tra il profumo della salsedine e il colore magnificamente irreale dell’acqua, c’è chi lotta ogni giorno contro la morte. Non quella simbolica. Ma quella reale, concreta, fatta di lenze, ami, eliche, reti da pesca e plastica.
La protagonista di questa lotta ha un nome millenario: Caretta caretta. La tartaruga marina più diffusa nel Mediterraneo, oggi anche la più minacciata.
E il teatro di questa battaglia non è un salotto televisivo o un talk show sui “green jobs”, ma un luogo che profuma di sale, disinfettante e tenacia: il Centro di Recupero delle Tartarughe Marine di Favignana.
In questo piccolo avamposto della scienza e dell’etica si cerca di salvare ciò che resta di una specie che l’uomo uccide ogni giorno. Senza nemmeno volerlo. O peggio, senza nemmeno rendersene conto.
II. Una strage silenziosa: numeri che non fanno rumore
Parlare di tartarughe marine in un’epoca che brucia foreste e inquina fiumi e mari può sembrare un vezzo. Una cosa da ambientalisti sentimentali.
Ma provate a guardare i numeri negli occhi, come si guarda un pugno in faccia.
Nel solo bacino del Mediterraneo, ogni anno oltre 130.000 tartarughe rimangono vittime di catture accidentali (bycatch): 70.000 abboccano agli ami dei pescespada, 40.000 finiscono stritolate nelle reti a strascico, 23.000 restano impigliate nelle reti da posta. E almeno 40.000 muoiono.
Queste ovviamente sono solo le stime “civili”, quelle fatte in ambienti controllati. Considerando le migliaia di barche che ogni giorno pescano dal Marocco alla Siria, passando per l’Egitto e la Libia, si arriva facilmente a 200.000 tartarughe catturate e oltre 70.000 uccise ogni anno.
Una strage.
Silenziosa, invisibile, tollerata.
III. Favignana: la trincea della cura
Ma c’è chi non tollera. Chi invece di fotografare il problema, ci mette le mani dentro. Il Centro di Recupero di Favignana è uno di questi luoghi.
Qui, tra vasche di riabilitazione, sale operatorie improvvisate e volontari che lavorano con le mani e con il cuore, si combatte una battaglia quasi impari. Una battaglia che si vince una tartaruga alla volta.
Le vasche sono progettate per simulare il mare aperto, le tartarughe vengono curate, operate, seguite, coccolate, in un percorso di recupero che può durare anche più di un anno. I numeri parlano chiaro: oltre 1.450 esemplari salvati solo nel triennio 2009-2012, grazie anche al progetto europeo LIFE Tartanet. Oggi si è superata quota 3.000.
Il problema? Nonostante questi numeri, il Centro di Favignana è ancora troppo solo. E troppo piccolo. La costa italiana misura oltre 7.500 chilometri. I centri attrezzati sono pochi, male distribuiti, spesso privi di risorse, personale formato e attrezzature adeguate.
E così, mentre il numero di tartarughe recuperate cresce, cresce anche il numero di quelle che muoiono per mancanza di un posto dove essere curate.
 IV. Tartarughe e uomini: storie parallele
La cosa incredibile, se ci pensate, è che la storia delle tartarughe somiglia alla nostra.
Migrano da un continente all’altro, cercano cibo dove c’è carestia, tornano a partorire dove sono nate. Hanno la pelle dura, ma il cuore fragile. Resistono a tutto, tranne all’indifferenza.
E non muoiono per colpa di chi le odia, ma per colpa di chi non guarda. Di chi getta una bottiglia nel mare pensando che sparisca. Di chi pesca con strumenti letali per ogni creatura vivente.
È questa la tragedia: la morte delle tartarughe e’ un effetto collaterale dell’ignoranza.
E allora il compito dei centri come quello di Favignana non è solo salvare animali. È educare, testimoniare, raccontare.
V. Educare, curare, resistere
Il Centro organizza visite guidate, programmi per le scuole, workshop, attività di sensibilizzazione con i pescatori. Collabora con università, enti di ricerca, parchi marini.
Studia le rotte migratorie delle tartarughe, monitora le minacce ambientali, analizza i dati delle catture accidentali.
Ma tutto questo non basta, se manca un piano nazionale, se manca una rete vera, se mancano i fondi, le strutture, il personale.
Il progetto europeo TARTALIFE, in questo senso, è una luce nel buio. Finanziato per ridurre la mortalità da pesca, promuove
•la sostituzione degli ami tradizionali con ami circolari
•la sperimentazione di deterrenti luminosi (UV)
•l’uso dei dispositivi TED per le reti a strascico
•e soprattutto la formazione dei pescatori, veri protagonisti della possibile svolta.
VI. Un Presidio alle Pelagie, una speranza nell’Adriatico
L’Area Marina Protetta delle Isole Pelagie vuole istituire un nuovo presidio a Linosa, mentre lungo le coste di Emilia-Romagna e Marche – dove le tartarughe spiaggiate si contano a centinaia ogni anno – servono urgentemente punti di raccolta e vasche di primo soccorso.
Sono interventi minimi, ma decisivi. Perché la mortalità post-cattura si riduce del 70% se l’animale viene soccorso nei primi 30 minuti.
Ogni minuto, in mare, è dunque una condanna o una salvezza.
VII. L’ultima caretta
Ho visto una tartaruga ferita. Aveva un amo conficcato nella bocca, le pinne lacere, e lo sguardo più umano che io abbia mai incontrato.
I veterinari l’hanno chiamata “Speranza”. È sopravvissuta. L’hanno rimessa in mare, e ha nuotato via, lenta ma decisa.
Nessuno sa dove andrà. Forse in Grecia. Forse in Tunisia. Forse non la vedremo mai più. Ma in quell’istante – il momento esatto in cui ha toccato l’acqua – ho pensato che si stesse facendo la cosa giusta.
E che ogni Caretta caretta che torna a nuotare libera è una poesia scritta contro la stupidità dell’uomo.
Ci riempiamo la bocca di parole come “transizione ecologica”, “biodiversità”, “climate action”. Ma alla fine, la verità è semplice: noi siamo quello che scegliamo di salvare.
E se oggi non salviamo nemmeno una tartaruga, cosa ci resterà da salvare domani?
di Isabella Zotti Minici