Ho letto il nuovo report di Klecha & Co. come si legge un bollettino di guerra. Non solo perché si intitola “Aiming at World Domination”, ma perché racconta, con brutale chiarezza, ciò che molti fingono di non vedere: siamo dentro una guerra fredda. Non tra ideologie, ma tra civiltà tecnologiche. E, come sempre, l’Europa dorme. Mentre ci trastulliamo con regolamenti, commissioni e buone intenzioni, il mondo corre. O meglio: corre a est e a ovest. Gli Stati Uniti, tornati sotto Trump, hanno deciso che la supremazia tecnologica è una questione di sopravvivenza nazionale. Palantir, SpaceX, Anduril non sono più aziende: sono ministeri paralleli. Il Pentagono li finanzia, li ascolta, li usa. La nuova corsa agli armamenti non si combatte con i carri armati, ma con i chip quantistici e gli algoritmi generativi. Nel 2023, gli USA hanno investito 67,2 miliardi di dollari in intelligenza artificiale, contro i 7,8 miliardi della Cina e le briciole dell’Europa. E nel gennaio 2025, è nato il Progetto Stargate: un’iniziativa da 500 miliardi guidata da OpenAI, SoftBank e Oracle per costruire l’infrastruttura AI del secolo. Non è fantascienza. È politica industriale. Dall’altro lato, la Cina. Non ha bisogno di Wall Street. Ha lo Stato. E lo usa. Ha lanciato il modello DeepSeek a 5 milioni di dollari, quando GPT-4 ne è costati cento. E ha già costruito il suo “Sole artificiale” – un reattore a fusione che ha mantenuto 100 milioni di gradi per oltre 1.000 secondi. Intanto, stringe patti in Africa, in America Latina, nel Sud-est asiatico. Il futuro che sognava Marco Polo sta diventando realtà. Solo che ora si chiama Digital Silk Road. E l’Europa? L’Europa balbetta. Regola. Sanziona. Discute. Pubblica rapporti. Come quelli di Draghi e Letta, che dicono cose sensatissime: investire 800 miliardi all’anno in innovazione, creare una “quinta libertà” per la ricerca, costruire una difesa comune, finanziare con eurobond la nuova rivoluzione industriale. Ma sono parole. Senza il coraggio politico per trasformarle in potere, resteranno carta. Nel frattempo, perdiamo terreno. Nel 2000, l’Eurozona rappresentava il 27% dei brevetti globali. Oggi siamo al 6%. La Cina è al 47%. Noi ci vantiamo del GDPR, dell’AI Act, della regolazione etica. Ma con l’etica non si vincono le guerre. E questa è una guerra. Una guerra per l’energia (fusione, idrogeno, batterie), per il cervello (AI), per il tempo (quantistica), per il controllo dei dati. Una guerra per la sopravvivenza industriale. Gli USA costruiscono supercomputer e missili ipersonici con le startup. La Cina integra AI e esercito con le sue SOE. L’Europa chiude centrali nucleari e discute la tassonomia verde. Draghi lo dice chiaro: se non cambiamo rotta, finiremo nella “middle technology trap”. Saremo competitivi quanto basta per sopravvivere, ma mai abbastanza per guidare. Come un atleta costretto a correre col freno a mano tirato. Eppure, un’altra via esiste. Non può venire solo dai palazzi di Bruxelles. Deve partire anche dalle imprese. Dall’industria, dal mondo finanziario, dai centri di ricerca. Serve un’alleanza nuova tra pubblico e privato, tra capitale e visione, tra tecnologia e responsabilità. Non possiamo limitarci a essere regolatori del passato. Dobbiamo diventare architetti del futuro. Investire, rischiare, attrarre talenti. Costruire, non solo correggere.
di Isabella Zotti Minici 