Da oggi l’Italia entra ufficialmente in “debito ecologico”: in poco più di quattro mesi abbiamo consumato tutte le risorse naturali che la Terra è in grado di rigenerare in un anno. Il resto, da qui al 31 dicembre, non è sostenuto da capacità reale, ma da erosione di capitale naturale. Non è una metafora ambientalista: è una misura contabile, costruita su indicatori consolidati a livello internazionale.

L’Overshoot Day si basa su un rapporto semplice quanto implacabile: da un lato la biocapacità del pianeta, cioè la quantità di risorse che gli ecosistemi riescono a produrre e rigenerare; dall’altro l’impronta ecologica, che misura quanto ne consumiamo. Quando il secondo supera il primo, entriamo in deficit. A livello globale questo accade ormai stabilmente da oltre cinquant’anni: l’umanità consuma circa 1,7 pianeti Terra ogni anno. In altri termini, stiamo utilizzando risorse che ancora non esistono, o che non avranno il tempo di rigenerarsi.

Il dato italiano è ancora più eloquente. L’impronta ecologica pro capite si colloca intorno ai 4,4 ettari globali, mentre la disponibilità sostenibile per abitante del pianeta è poco più di 1,6–1,7. Se tutti vivessero come un italiano medio esauriremmo il budget naturale globale tra fine aprile e inizio maggio. Servirebbero quasi tre pianeti per sostenere questo modello di consumo. Il fatto che Paesi come Francia o Germania esauriscano le loro risorse ancora prima non attenua il problema: lo rende sistemico.

Il punto cruciale è comprendere che questo “debito” non è astratto. Non è un indicatore da convegno. È una pressione reale sugli ecosistemi che si traduce, con crescente evidenza, in effetti economici e geopolitici. Le foreste vengono sfruttate più velocemente di quanto ricrescano, gli stock ittici si riducono oltre la loro capacità di riproduzione, i suoli agricoli perdono fertilità, e soprattutto l’atmosfera accumula anidride carbonica a un ritmo superiore alla capacità di assorbimento naturale. Questo squilibrio si manifesta poi sotto forma di volatilità dei prezzi energetici, instabilità delle filiere alimentari, aumento degli eventi climatici estremi e tensioni tra Stati per l’accesso alle risorse.

In questo quadro, la crescita economica tradizionale mostra tutta la sua ambiguità. Il PIL continua a registrare valore anche quando esso deriva da consumo di capitale naturale non rinnovabile. È come se un’impresa contabilizzasse come profitto la vendita sistematica dei propri asset senza considerare l’erosione del patrimonio. Nel breve periodo il bilancio può apparire solido; nel medio, diventa inevitabilmente fragile.

Le proiezioni non lasciano molto spazio all’interpretazione. Se l’attuale traiettoria non viene corretta, entro il 2050 il fabbisogno dell’umanità equivarrà a quello di due pianeti. Per riportare il sistema entro limiti compatibili con la capacità della Terra, sarebbe necessario posticipare ogni anno l’Overshoot Day di circa sei giorni. Non è un obiettivo impossibile, ma richiede un cambiamento strutturale nei modelli di produzione, consumo ed energia, non semplici aggiustamenti marginali. Soprattutto richiede un cambiamento di mentalità e atteggiamento verso il mondo che vogliamo lasciare ai nostri figli.

La verità più difficile da accettare è che non siamo di fronte a un eccesso occasionale, ma al risultato coerente di un modello economico costruito su presupposti che oggi si rivelano insostenibili: l’idea di risorse virtualmente infinite, di energia sempre disponibile a basso costo e di una crescita lineare in un sistema finito. Per decenni questi assunti hanno funzionato abbastanza da sembrare veri. Ora iniziano a mostrare il loro limite.

Il 3 maggio, dunque, non è una ricorrenza simbolica né un esercizio retorico. È un indicatore di rischio sistemico. Segna il momento in cui la sostenibilità smette di essere una questione etica o reputazionale e diventa un vincolo economico concreto. Come ogni vincolo, prima o poi viene incorporato nei prezzi, nei mercati, nelle decisioni politiche.

Negli anni Settanta l’Occidente ha scoperto, con le crisi petrolifere, che il benessere non era garantito e che le risorse energetiche avevano un limite. Oggi stiamo facendo una scoperta più radicale: non è finito solo un tipo di energia, ma il margine stesso entro cui il sistema può espandersi senza compromettere le proprie basi.

La domanda, a questo punto, non è più se il modello attuale sia sostenibile: i numeri dicono chiaramente che non lo è. La domanda è quanto tempo siamo ancora disposti a considerarlo tale, prima che sia la realtà, come sempre accade, a ridefinire i confini.

 

di Isabella Zotti Minici